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	<title>Viaggio di una Naturalista intorno al Web &#187; Pesca</title>
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	<description>sito-blog di Francesca Birardi</description>
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		<title>I Nasipelosi e l&#8217;industria del sarracchio</title>
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		<comments>http://www.netcomspace.com/vianatweb/nasipelosi-sarracchio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Ampelodesmos mauritanicus]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
		<category><![CDATA[Pesca]]></category>
		<category><![CDATA[Porto S. Stefano]]></category>
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		<description><![CDATA[
Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-143" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="sarracchio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/sarracchio200.jpg" alt="sarracchio200" width="200" height="150" /></p>
<p>Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</div>
<p>Il suo nome scientifico è <em>Ampelodesmos mauritanicus</em>. Il termine <em>Ampelodesmos</em>, dal greco <em>ampelos</em> che significa “vite” e <em>desmos</em> che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. <em>Mauritanicus</em>, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</p>
<p>Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</p>
<p>Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=359:i-nasipelosi-e-lindustria-del-sarracchio&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]</p>
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		<title>Acquacoltura: la pesca del futuro?</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 10:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Acquacoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
		<category><![CDATA[Maricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Orbetello]]></category>
		<category><![CDATA[Pesca]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-127" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="paranze" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/01/paranze.jpg" alt="paranze" width="269" height="180" />Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</p>
<p>I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</p>
<p>L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</p>
<p>Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</p>
<p>Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.</p>
<p>Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=350:acquacoltura-la-pesca-del-futuro&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]</p>
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