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	<title>Viaggio di una Naturalista intorno al Web &#187; Argentario</title>
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	<description>sito-blog di Francesca Birardi</description>
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		<title>La leggenda di Jacopo e Giacinta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-172" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="assedio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/07/assedio200.jpg" alt="assedio200" width="200" height="148" />Dice la leggenda che ogni anno alla mezzanotte del primo giugno il fantasma di una giovane donna esca dalla Fortezza per dirigersi verso il Valle e ricongiungersi con il fantasma di un giovane uomo che discende dal Poggio dell&#8217;Argentiera. Si tratta di Jacopo e Giacinta, due giovani abitanti di Porto S. Stefano che un triste destino divise il 9 maggio del 1646, giorno in cui avrebbero dovuto sposarsi.</p>
<p>Quella mattina, infatti, davanti a Porto S. Stefano apparvero più di 100 navi francesi, inviate dal Cardinale Mazzarino per espugnare i porti spagnoli dello Stato dei Presìdi. L&#8217;invasione, conosciuta alla storia come l&#8217;&#8221;Assedio di Orbetello&#8221;, durò più due mesi finchè, dopo numerose e dure battaglie, i francesi si dichiararono vinti e abbandonarono le nostre zone.<br />
Jacopo rimase ferito nella battaglia che si sviluppò immediatamente dopo lo sbarco dei soldati nel paese e trovò rifugio nella macchia del Poggio dell&#8217;Argentiera, mentre Giacinta, che era figlia del Castellano della Fortezza Bartolomeo Fles, fu fatta prigioniera all&#8217;interno della fortificazione e dovette subire atroci violenze da parte dei suoi aguzzini.</p>
<p>Il promesso sposo, con la speranza di poter liberare la fanciulla, tutti i giorni si recava nei pressi della Fortezza, nascondendosi tra gli arbusti per non essere visto dai soldati, quando finalmente, quasi un mese dopo dall&#8217;assedio e precisamente il primo giugno 1646, la vide comparire sulla terrazza. Uscito dal suo nascondiglio cominciò a farle dei cenni per farsi notare, e la poverina, appena lo vide, disperata e senza via di scampo, salì sul parapetto e si gettò nel vuoto.</p>
<p>Jacopo, allora, corse verso il corpo dell&#8217;amata per tentare di rianimarla ma fu ucciso dalle sentinelle del castello. I soldati si recarono immediatamente sul posto per recuperare i corpi dei due giovani ma non trovarono niente: i due fidanzati erano scomparsi nel nulla, lasciando soltanto delle macchie di sangue sul terreno.</p>
<p>E così ogni anno, nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno, i due ragazzi si avviano l&#8217;uno verso l&#8217;altra, lei uscendo dalla sua casa e lui dal suo nascondiglio, per ricongiungersi ed amarsi come non avevano potuto fare in vita.</p>
<p>[articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=388:la-notte-di-jacopo-e-giacinta&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>]</p>
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		<title>La fabbrica di alcool da asfodelo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Alcool da asfodelo]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
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		<description><![CDATA[A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.
Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-167 alignleft" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="asfodelo" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/04/asfodelo.jpg" alt="asfodelo" width="200" height="150" />A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.</p>
<p>Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da diversi patogeni; uno di questi era la temutissima fillossera, un insetto di provenienza americana che attacca le radici della vite europea e le fa marcire. Scoppiò una grossa crisi economica e il prezzo dell&#8217;alcool salì alle stelle; in tutti i paesi europei si cominciarono a cercare piante alternative alla vite e nuove tecniche di distillazione.</p>
<p>All&#8217;Argentario il signor Natale Poidebard pensò bene di sfruttare le radici ingrossate e tuberiformi dell&#8217;<em>Asphodelus ramosus</em>, detto burrazzo o porraccio, e nel 1845 fece costruire uno stabilimento al Valle, tra la darsena e il poggio dei muracci, il colle dove oggi si trova il centro sociale per anziani di Villa Varoli. Il procedimento con il quale avveniva la produzione dell&#8217;alcool era costituito da vari passaggi che prevedevano il lavaggio dei tuberi, il loro schiacciamento, la fermentazione e infine la distillazione.</p>
<p>Alla fine dell&#8217;Ottocento, grazie ai progressi della conoscenza scientifica e tecnologica nel campo della viticoltura, si trovarono finalmente i rimedi contro i patogeni della vite: per combattere la fillossera, per esempio, bastò innestare la vite europea sulle radici di quella  americana, che era resistente all&#8217;insetto.</p>
<p>Così le vigne dell&#8217;Argentario, semi-abbandonate per quasi 30 anni, ricominciarono ad essere coltivate e nel 1873 la fabbrica dell&#8217;alcool fu trasformata in uno stabilimento per la preparazione e iscatolamento delle sardine sott&#8217;olio.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=378:una-fabbrica-di-alcool&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: <em>Asphodelus ramosus</em> © F. Birardi]</p>
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		<title>I Nasipelosi e l&#8217;industria del sarracchio</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Ampelodesmos mauritanicus]]></category>
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		<description><![CDATA[
Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-143" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="sarracchio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/sarracchio200.jpg" alt="sarracchio200" width="200" height="150" /></p>
<p>Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</div>
<p>Il suo nome scientifico è <em>Ampelodesmos mauritanicus</em>. Il termine <em>Ampelodesmos</em>, dal greco <em>ampelos</em> che significa “vite” e <em>desmos</em> che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. <em>Mauritanicus</em>, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</p>
<p>Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</p>
<p>Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=359:i-nasipelosi-e-lindustria-del-sarracchio&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]</p>
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		<title>Acquacoltura: la pesca del futuro?</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/acquacoltura-la-pesca-del-futuro/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 10:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Acquacoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-127" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="paranze" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/01/paranze.jpg" alt="paranze" width="269" height="180" />Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</p>
<p>I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</p>
<p>L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</p>
<p>Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</p>
<p>Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.</p>
<p>Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=350:acquacoltura-la-pesca-del-futuro&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]</p>
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		<title>Polpo o polipo?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 20:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fauna marina]]></category>
		<category><![CDATA[Acquario Argentario]]></category>
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		<category><![CDATA[Biologia marina]]></category>
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		<description><![CDATA[Molto spesso queste due parole sono erroneamente utilizzate come sinonimi per indicare i cefalopodi del genere Octopus; c’è addirittura chi pensa che “polipo” sia la forma più erudita e corretta di “polpo”.
Non c’è niente di più sbagliato: infatti il polpo ed il polipo, sebbene i loro nomi siano entrambi derivanti dal greco e significhino letteralmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/polipo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-49" style="FLOAT: left; MARGIN-LEFT: 8px; MARGIN-RIGHT: 8px" title="polipo" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/polipo-300x278.jpg" alt="Polipi - foto di Alessandro Tommasi" width="196" height="205" /></a></em>Molto spesso queste due parole sono erroneamente utilizzate come sinonimi per indicare i cefalopodi del genere Octopus; c’è addirittura chi pensa che “polipo” sia la forma più erudita e corretta di “polpo”.<br />
Non c’è niente di più sbagliato: infatti il polpo ed il polipo, sebbene i loro nomi siano entrambi derivanti dal greco e significhino letteralmente “dai molti piedi”, sono due animali completamente diversi.</p>
<p>I polipi sono animali appartenenti al Phylum degli Cnidari.<strong> </strong>Sono organismi sessili (cioè vivono attaccati al fondo), il cui corpo ha la forma di sacco cilindrico con parete a doppio strato, all’interno del quale si trova la cavità digerente; nella parte apicale si inseriscono i tentacoli<strong> </strong>che circondano la bocca. I polipi possono raggiungere dimensioni variabili a seconda della classe a cui appartengono.<br />
Bisogna fare una distinzione tra Cnidari che durante la loro vita presentano uno stadio polipoide giovanile e quelli esclusivamente polipoidi. La classe degli Scifozoi, di cui fanno parte le Meduse, appartiene alla prima tipologia. Questi animali, infatti, prima di diventare pelagici attraversano una fase giovanile in cui hanno forma di polipo e vivono, quindi, attaccati al fondo; i polipi si riproducono asessualmente fino alla trasformazione in medusa. Invece fanno parte della seconda tipologia gli Anemoni di mare e i Coralli entrambi appartenenti alla classe degli Antozoi, suddivisa a sua volta in due sottoclassi: Ottocoralli, con polipi che possiedono 8 tentacoli (ad esempio le Gorgonie) ed  Esacoralli, che hanno 6 o multipli di 6 tentacoli (come Anemoni ed Attinie). Gli Cnidari possiedono delle particolari cellule urticanti, dette cnidociti per lo più situate nei tentacoli.</p>
<p>Il polpo invece è un mollusco cefalopode (phylum Mollusca, classe Cephalopoda) privo di conchiglia; possiede ot<strong><span style="font-weight: normal;">to tentacoli</span>, </strong>che possono avere una o due file di ventose a seconda della specie. Al centro della corona di tentacoli si trova la bocca che termina con un becco corneo che serve per rompere i gusci delle conchiglie o le corazze dei crostacei di cui l’animale si nutre. I polpi riescono a muoversi molto rapidamente espellendo con forza l’acqua attraverso un sifone e sono molto abili a mimetizzarsi<strong> </strong>grazie alla contrazione e decontrazione di particolari cellule, che contengono pigmenti, chiamate cromatofori. In più possiedono la cosiddetta ghiandola del nero che secerne un liquido scuro che consente all’animale di sfuggire all’attacco dei predatori.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/polpo-o-polipo/">Acquario Mediterraneo dell'Argentario</a>. Nella foto: polipi di <em>Corallium rubrum</em> © <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">A. Tommasi</a>]</p>
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		<title>La Posidonia, il polmone del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 12:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molto spesso viene erroneamente chiamata &#8220;alga&#8221; ma in realtà la Posidonia oceanica è una pianta a tutti gli effetti e vive esclusivamente nel Mar Mediterraneo.
Il suo nome è un chiaro omaggio a Poseidone, dio del mare venerato nell&#8217;antica Grecia, ed è per questo che alcuni pensano che in realtà questa pianta marina si chiami Poseidonia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/posidonieto.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-53" style="float: left; margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="posidonieto" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/posidonieto.jpg" alt="" width="228" height="180" /></a>Molto spesso viene erroneamente chiamata &#8220;alga&#8221; ma in realtà la <em>Posidonia oceanica</em> è una pianta a tutti gli effetti e vive esclusivamente nel Mar Mediterraneo.<br />
Il suo nome è un chiaro omaggio a Poseidone, dio del mare venerato nell&#8217;antica Grecia, ed è per questo che alcuni pensano che in realtà questa pianta marina si chiami Poseidonia invece che Posidonia come l&#8217;aveva nominata Linneo, biologo svedese vissuto nel 1700 inventore della nomenclatura binomiale delle specie.<br />
Proprio come le piante terrestri la Posidonia ha radici, fusto (detto rizoma) e foglie attraverso le quali effettua la fotosintesi arricchendo d’ossigeno il nostro mare; per questo viene considerata come il “polmone del Mediterraneo”, esattamente come la foresta Amazzonica lo è per l’intero pianeta Terra. Ma non solo: la Posidonia ha anche fiori e frutti. Il frutto viene comunemente chiamato “oliva di mare” in quanto assomiglia molto, per forma e colore, ad un’ “oliva terrestre”.</p>
<p>L’ intreccio dei rizomi e delle lunghe foglie nastriformi, che riescono addirittura a rallentare il moto ondoso, costituisce un luogo di riparo per pesci e invertebrati marini, dove possono trovare anche cibo in abbondanza costituito da piccoli animali ed alghe che usano le foglie e i rizomi della Posidonia come supporto e che sono detti &#8220;epifiti&#8221;. I rizomi, inoltre, assieme alle radici riescono a trattenere il sedimento proteggendo così i litorali sabbiosi e prevenendo una loro eventuale erosione.</p>
<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/03/egagropile.jpg" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 8px;" title="egagropile" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/03/egagropile.jpg" alt="egagropile" width="197" height="161" /></a>Le foglie di Posidonia col tempo si distruggono e si sfibrano; le fibre, trasportate dalla forza delle onde, si riuniscono in strutture globose che si chiamano &#8220;egagropile&#8221; o &#8220;pilae marine&#8221;, che non sono altro che quelle &#8220;palline&#8221; fibrose che si trovano lungo le spiagge.</p>
<p>Negli ultimi anni, purtroppo, si sta assistendo alla regressione, per lo più dovuta all’inquinamento, di molte praterie di Posidonia che colonizzano la nostra fascia costiera e considerando il ruolo importante che questa pianta ha nell’ecosistema del Mediterraneo è stata dichiarata specie protetta.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/la-posidonia-il-polmone-del-mediterraneo/">Acquario Mediterraneo dell'Argentario</a>. Nella foto: Posidonia © <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">A. Tommasi</a>]</p>
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		<title>Carlotta, la cernia mascotte</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 08:11:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Acquario Mediterraneo dell’Argentario ha una mascotte molto particolare: si tratta di una cernia bruna di nome Carlotta.
Carlotta vive nel nostro Acquario ormai da 12 anni, ancor prima del trasferimento della struttura dalla piccola sede in via del Molo all’attuale, che si trova all’inizio del lungomare dei navigatori. La cernia fu portata da un pescatore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/carlotta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-51" style="FLOAT: left; MARGIN-LEFT: 8px; MARGIN-RIGHT: 8px" title="carlotta" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/carlotta.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></em>L’Acquario Mediterraneo dell’Argentario ha una mascotte molto particolare: si tratta di una cernia bruna di nome Carlotta.</p>
<p>Carlotta vive nel nostro Acquario ormai da 12 anni, ancor prima del trasferimento della struttura dalla piccola sede in via del Molo all’attuale, che si trova all’inizio del lungomare dei navigatori. La cernia fu portata da un pescatore di Porto Santo Stefano, che l’aveva trovata ancora viva nel suo palamito; appena arrivata pesava circa 4 kg, poi nel corso degli anni, mangiando il suo cibo preferito (merluzzi, calamari e sardine) è cresciuta parecchio e adesso “vanta” un peso di circa 8/10 chilogrammi.</p>
<p>I soci dell’Accademia Mare Ambiente la amano e la coccolano, e lei a sua volta mostra loro affetto facendosi accarezzare, pulire i denti e grattare la pancia. Fra tutti i soci dell’A.M.A. è palese il suo affetto particolare verso Massimo Barlettani, vicepresidente e responsabile dell’allestimento delle vasche, che fin dal suo arrivo si è occupato amorevolmente e costantemente di lei, proprio come fosse un familiare. Massimo racconta che circa 9 anni fa Carlotta gli fece prendere un grosso spavento: la cernia, infatti, si era ingoiata il termometro che indicava la temperatura della vasca. Dopo tre giorni di ansie e preoccupazioni Massimo e tutto lo staff dell’Acquario hanno visto, con grande sollievo, il termometro galleggiare nella vasca … Carlotta aveva finalmente rigurgitato l’oggetto indigesto!</p>
<p>In questi anni la nostra mascotte ha dimostrato di avere una salute di ferro, ha avuto solo qualche problema parassitario che è stato, per fortuna, tempestivamente risolto grazie all’intervento del medico veterinario.</p>
<p>Alcuni visitatori, vedendo questo pesce così grande in una vasca che certo non si può definire enorme, si sono chiesti se Carlotta potrebbe trovare giovamento nell’essere spostata in una vasca più grande, ma lei ha ampiamente dimostrato di gradire la sua vasca. Infatti le cernie, anche in mare aperto, sono abituate a rimanere molto vicine alla loro tana e se ne allontanano proprio mal volentieri. Questo loro comportamento, unito al loro carattere curioso, le rende molto vulnerabili, inoltre le loro carni appetibili ne fanno sicuramente delle ottime prede per i pescatori; per questi motivi, tutto sommato, Carlotta può ritenersi una cernia fortunata!</p>
<p>Alessandro Tommasi, presidente dell’A.M.A., per farla conoscere a tutti i bambini d’Italia, l’ha resa protagonista di una serie di documentari a scopo didattico nei quali la nostra beniamina si ricorda di quando viveva in mare aperto e durante il suo viaggio immaginario incontra le varie specie marine spiegandone le caratteristiche biologiche ed etologiche come una vera e propria star televisiva.</p>
<p>Come tutte le cernie anche Carlotta diventerà presto un maschio: il cambiamento di sesso di solito avviene dopo il dodicesimo anno di età, e la nostra mascotte ha sicuramente più di 12 anni. Comunque considerando che Carlotta ultimamente sembra mostrare degli atteggiamenti particolari verso un’altra cernia bruna, sua compagna di vasca, crediamo proprio che la nostra beniamina si stia preparando a compiere il “grande passo”.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/carlotta-la-cernia-mascotte/">Acquario Mediterraneo dell'Argentario</a>. Nella foto: Carlotta © <a href="http://www.flickr.com/photos/tremandy/">E. Birardi</a>]</p>
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		<title>Riapre l&#8217;Acquario con due nuove vasche</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 10:42:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Finalmente riapre l&#8217;Acquario di Porto S. Stefano dopo un mese di chiusura per lavori di manutenzione e per la realizzazione di due nuove vasche tematiche da 2000 litri ciascuna.
Le nuove vasche sono state costruite grazie al generoso contributo erogato dall&#8217;Ente Cassa Risparmio di Firenze e al lavoro prezioso dei volontari dell&#8217;Accademia Mare Ambiente, associazione no-profit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/ingresso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-41" style="FLOAT: left; MARGIN-LEFT: 8px; MARGIN-RIGHT: 8px" title="ingresso" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/ingresso.jpg" alt="" width="241" height="156" /></a>Finalmente riapre l&#8217;Acquario di Porto S. Stefano dopo un mese di chiusura per lavori di manutenzione e per la realizzazione di due nuove vasche tematiche da 2000 litri ciascuna.<br />
Le nuove vasche sono state costruite grazie al generoso contributo erogato dall&#8217;Ente Cassa Risparmio di Firenze e al lavoro prezioso dei volontari dell&#8217;Accademia Mare Ambiente, associazione no-profit che gestisce l&#8217;Acquario.<br />
L&#8217;inaugurazione avrà luogo <strong>sabato 17 Gennaio</strong> alle ore <strong>17:30</strong> presso la sede dell&#8217;Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario, a Porto Santo Stefano, Lungomare dei Navigatori 44/48.</p>
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		<title>L&#8217;Argentarola, un tesoro da scoprire insieme</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 19:38:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[É uscito il nuovo dvd prodotto dall&#8217;Accademia Mare Ambiente, l&#8217;associazione no-profit che gestisce l&#8217;Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario, dal titolo &#8220;L&#8217;Argentarola, un tesoro da scoprire insieme&#8221;.
Le splendide immagini subacquee, riprese dal presidente dell&#8217;associazione e pluripremiato fotografo subacqueo Alessandro Tommasi, mostrano i meravigliosi fondali dell&#8217;Argentarola, un&#8217;isoletta che si trova davanti al promontorio dell&#8217;Argentario. Oltre a tutte le forme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/copertinaargentarola.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36" style="FLOAT: left; MARGIN: 5px 8px" title="copertinaargentarola" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/copertinaargentarola-216x300.jpg" alt="" width="151" height="201" /></a>É uscito il nuovo dvd prodotto dall&#8217;Accademia Mare Ambiente, l&#8217;associazione no-profit che gestisce l&#8217;Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario, dal titolo &#8220;L&#8217;Argentarola, un tesoro da scoprire insieme&#8221;.<br />
Le splendide immagini subacquee, riprese dal presidente dell&#8217;associazione e pluripremiato fotografo subacqueo Alessandro Tommasi, mostrano i meravigliosi fondali dell&#8217;Argentarola, un&#8217;isoletta che si trova davanti al promontorio dell&#8217;Argentario. Oltre a tutte le forme di vita che popolano le pareti subacquee dell&#8217;isola, il video mostra anche la grotta carsica sommersa, con le sue stalattiti e stalagmiti, la cui apertura si trova pochi metri sotto il livello del mare.<br />
I fondali dell&#8217;Argentarola offrono allo spettatore uno spettacolo mozzafiato, che non ha niente a che invidiare ai ben più famosi fondali del Mar Rosso, e che è sicuramente degno di essere protetto per far sì che anche le generazioni future possano goderne.</p>
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		<title>Online il sito aggiornato dell&#8217;Acquario dell&#8217;Argentario!</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Sep 2008 15:58:53 +0000</pubDate>
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Finalmente è online il sito ufficiale dell&#8217;Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario aggiornato!!! Sono state cambiate grafica e contenuti. Il sito aggiornato darà più rilievo alle news e a quelle informazioni che i visitatori cercano per prima cosa, come orario, prezzo dei biglietti e descrizione delle vasche!
Il sito è stato appena messo online e per adesso contiene soltanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.acquarioargentario.org"><img class="alignleft size-full wp-image-17" style="margin: 8px; float: left;" title="sitoacq" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2008/09/sitoacq.jpg" alt="" width="200" height="117" /></a></p>
<p>Finalmente è online il <strong>sito ufficiale</strong> dell&#8217;<strong>Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario</strong> aggiornato!!! Sono state cambiate grafica e contenuti. Il sito aggiornato darà più rilievo alle news e a quelle informazioni che i visitatori cercano per prima cosa, come orario, prezzo dei biglietti e descrizione delle vasche!<br />
Il sito è stato appena messo online e per adesso contiene soltanto le informazioni basilari sull&#8217;acquario, ma con un po&#8217; di pazienza verranno aggiunte pagine e notizie che potranno anche essere commentate, così tutti potremmo diventare protagonisti attivi dell&#8217;Acquario dell&#8217;Argentario!</p>
<p>Quindi andate a visitare <a href="http://www.acquarioargentario.org">www.acquarioargentario.org</a> e buon divertimento!</p>
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