Viaggio di una Naturalista intorno al Web

sito-blog di Francesca Birardi

Acquacoltura: la pesca del futuro?

Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c’erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.
Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell’orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.
L’acquacoltura, ossia l’allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.
Dalla seconda metà del secolo scorso l’acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l’unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.
Il problema principale dell’acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette “farine di pesce”, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l’acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l’utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.

paranzeChi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?

I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c’erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.

Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell’orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.

L’acquacoltura, ossia l’allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.

Dalla seconda metà del secolo scorso l’acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l’unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.

Il problema principale dell’acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette “farine di pesce”, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l’acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.

Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l’utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.

[Articolo originale su Argentarionews. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

La pianta “relitto”: la Palma nana

[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: C. humilis]

palmanana

È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell’Argentario e del Parco della Maremma.

Il nome Chamaerops viene dal greco chamai, che significa “per terra”, e rhôps, che vuol dire “cespuglio”; i greci, infatti, la chiamavano “palma gettata per terra”.

Questa specie è endemica del Mediterraneo e in Italia si è sviluppata durante il Terziario (tra 60 e 2 milioni di anni fa), quando il clima era molto più caldo di adesso. Durante questo periodo caldo molte specie di palme si sono spostate verso Nord, ma dopo le glaciazioni dell’Era Quaternaria, sono ritornate nel loro areale di origine, che è la fascia tropicale. La palma nana, durante le ere glaciali, ha ridotto notevolmente il suo areale di distribuzione, che attualmente ha come limite settentrionale le coste liguri delle Cinque Terre; per questo motivo questa specie viene considerata come un “relitto” di tempi più caldi.

Le foglie della palma nana hanno la classica forma a ventaglio, mentre le infiorescenze sono a pannocchia; i fiori maschili e quelli femminili, di colore giallo-verdognolo, sono portati su individui diversi (pianta dioica) e i frutti globosi, detti ‘drupe’, che a maturità assumono un colore bruno-rossiccio, spuntano tra giugno e ottobre.

La palma nana è una delle specie protette dalla Legge Regionale della Toscana 56/2000 “Norme per la conservazione e tutela degli habitat naturali e seminaturali, flora e fauna selvatiche” (Allegato C).

[Nella foto: un gruppo di palme nane in località Mar Morto a Monte Argentario © F.Birardi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

Dedicato a chi ama il pesce crudo

cefaliQualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l’esistenza del nematode Anisakis simplex, da molti conosciuto erroneamente come “batterio“. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a wikipedia se ne volete sapere di più).

L’Anisakis appartiene al secondo gruppo, infatti è un parassita che vive negli intestini dei mammiferi marini. Questo vermetto dall’aspetto simile ad un capello bianco attorcigliato, lungo circa 2 cm quando srotolato, ha un complesso ciclo vitale: le uova vengono rilasciate attraverso le feci dei mammiferi marini; dopo la schiusa vengono ingeriti da crostacei dell’ordine degli Euphasiacea, cioè gamberetti comunemente conosciuti con il nome di krill. I crostacei vengono mangiati, poi, dai pesci e il nematode si incista in un involucro protettivo nelle pareti dei loro organi viscerali, o, occasionalmente, nei muscoli o al di sotto dell’epidermide. Il ciclo vitale si completa solo quando un pesce infetto viene ingerito da un mammifero marino; a questo stadio l’animale adulto esce dalla ciste protettiva e si riproduce.

Cosa succede ad una persona che mangia pesce infetto da larve di Anisakis? Se il pesce è stato ben cotto, non succede niente; il nematode, infatti, muore se esposto a temperature intorno ai 60°C. Se, invece, il pesce era crudo e non era stato preventivamente surgelato a -15°C per almeno 4 giorni si rischia l’infezione da anisakis, detta anisakidosi. I sintomi, che provocano le larve che si impiantano sulla parete del nostro apparato gastrointestinale e che possono manifestarsi anche dopo 6-8 ore dall’ingestione, sono dolori addominali, febbre e diarrea. Il problema è che, una volta infettati, è molto difficile liberarsi di quest’ospite e in alcuni casi si deve addirittura ricorrere all’intervento chirurgico per asportare la parte dell’intestino invasa dai parassiti.

Quindi, come ci insegna la saggezza popolare, è meglio prevenire che curare: fate attenzione a ciò che mangiate e ricordate che limone e aceto, in questo caso, non servono a niente!

[nella foto: cefali © A. Tommasi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

Amadidattica.net: il sito e-learning dell’A.M.A.

amadidIn occasione del III Congresso Lagunet (Italian Network for lagoon research), che si è tenuto ad Orbetello dall’1 al 4 ottobre 2009, è stato presentato il sito www.amadidattica.net curato dall’Accademia Mare Ambiente.
Si tratta di un sito e-learning di biologia ed ecologia marina e lagunare, costruito su piattaforma open source moodle, utilizzata dalle maggiori università italiane e straniere.

I 7 percorsi formativi proposti dall’AMA, ai quali si può accedere attraverso un’iscrizione completamente gratuita, sono rivolti sia agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, sia alle persone interessate alla formazione permanente ma anche ai docenti che vogliano reperire materiale didattico interattivo per le proprie classi. Gli argomenti trattati sono: “il mare”, “il Mediterraneo”, “il mare dell’Argentario”, “la flora marina mediterranea”, “la fauna marina mediterranea”, “l’uomo e il mare”, “zone umide: la Laguna di Orbetello”.

I percorsi formativi sono composti da articoli brevi e semplici, che forniscono nozioni di base che potranno essere implementate successivamente dagli utenti, inoltre sono corredati da immagini, filmati, collegamenti a siti esterni, glossari e quiz di autovalutazione. Gli studenti sono seguiti da docenti e amministratori del sito ai quali possono rivolgersi in caso di aiuto e chiedere la creazione di nuovi corsi e l’inserimento di nuovi argomenti.

Visitate amadidattica.net!

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

Albizia julibrissin, il fiore di seta

[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Genere: Albizia]

Dato che in un precedente articolo ho menzionato l’Albizia, è giusto che adesso dedichi un post proprio a lei.

Tanto per cominciare il nome “Albizia” le è stato dato in onore di colui che nel 1740 ha introdotto questo genere di piante in Europa dopo un suo viaggio a Costantinopoli: il naturalista Filippo degli Albizzi, nobile fiorentino e lontano avo di mia nonna (così posso “vantare” sia i geni del naturalista che quelli dell’inquinatore ecologico nel mio DNA!).

In totale le specie di Albizia, appartenente alla famiglia delle Fabaceae, sono circa 50, tutte originarie dell’Asia, Australia e Africa tropicale.

L’Albizia julibrissin nota come Acacia di Costantinopoli o Gaggia arborea, è una specie molto comune in Maremma. Essa ha dei fiori a forma di piumino (nella foto) con colori che vanno dal bianco al rosa. Gli alberi possono raggiungere addirittura i 12 metri di altezza. Produce frutti a forma di baccelli al cui interno sono contenuti i semi.

Una curiosità: il nome specifico julibrissin viene dalla parola persiana “gul-i abrisham” che significa “fiore di seta”.

[Nella foto: Albizia julibrissin © F.Birardi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com