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	<title>Viaggio di una Naturalista intorno al Web</title>
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	<description>sito-blog di Francesca Birardi</description>
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		<title>I Nasipelosi e l&#8217;industria del sarracchio</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Ampelodesmos mauritanicus]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
		<category><![CDATA[Pesca]]></category>
		<category><![CDATA[Sarracchio]]></category>
		<category><![CDATA[Tonnara]]></category>

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		<description><![CDATA[
Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-143" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="sarracchio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/sarracchio200.jpg" alt="sarracchio200" width="200" height="150" /></p>
<p>Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</div>
<p>Il suo nome scientifico è <em>Ampelodesmos mauritanicus</em>. Il termine <em>Ampelodesmos</em>, dal greco <em>ampelos</em> che significa “vite” e <em>desmos</em> che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. <em>Mauritanicus</em>, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</p>
<p>Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</p>
<p>Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</p>
<p>[Articolo che ho scritto per Argentarionews, che si trova <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=359:i-nasipelosi-e-lindustria-del-sarracchio&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">qui</a>. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]</p>
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		<title>Pesce prete: il pesce che “gioca” a bandierina</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/pesce-prete/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fauna maremmana]]></category>
		<category><![CDATA[Pesce prete]]></category>
		<category><![CDATA[Uranoscopus scaber]]></category>

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		<description><![CDATA[
Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.
Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-136" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="prete" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/prete.jpg" alt="prete" width="300" height="220" /></p>
<p>Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!</div>
<p>Si tratta dell’<em>Uranoscopus scaber</em>, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.</p>
<p>Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.</p>
<p>Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.</p>
<p>È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!</p>
<p>[Articolo che ho scritto per il sito dell’Acquario Mediterraneo dell’Argentario di Porto S. Stefano, che si trova <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/pesce-prete-il-pesce-che-gioca-a-bandierina/">qui</a>. Nella foto: Pesce prete © A. Tommasi]</p>
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		<title>Acquacoltura: la pesca del futuro?</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/acquacoltura-la-pesca-del-futuro/</link>
		<comments>http://www.netcomspace.com/vianatweb/acquacoltura-la-pesca-del-futuro/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 10:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Acquacoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
		<category><![CDATA[Maricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Orbetello]]></category>
		<category><![CDATA[Pesca]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-127" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="paranze" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/01/paranze.jpg" alt="paranze" width="269" height="180" />Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</p>
<p>I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</p>
<p>L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</p>
<p>Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</p>
<p>Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.</p>
<p>Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</p>
<p>[Articolo che ho scritto per <a href="http://www.argentarionews.com">Argentarionews</a>, che si trova <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=350:acquacoltura-la-pesca-del-futuro&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">qui</a>. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]</p>
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		<title>La pianta &#8220;relitto&#8221;: la Palma nana</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/pianta-relitto-palma-nana/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora maremmana]]></category>
		<category><![CDATA[Chamaerops humilis]]></category>
		<category><![CDATA[Palma nana]]></category>
		<category><![CDATA[Specie protette]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: C. humilis]

È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell&#8217;Argentario e del Parco della Maremma.
Il nome Chamaerops viene dal greco chamai, che significa &#8220;per terra&#8221;, e rhôps, che vuol dire &#8220;cespuglio&#8221;; i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: <em>C. humilis</em>]</p>
<p><img class="size-full wp-image-116 alignleft" style="margin: 0px 8px;" title="palmanana" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/11/palmanana.jpg" alt="palmanana" width="280" height="200" /></p>
<p>È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell&#8217;<strong>Argentario</strong> e del <strong>Parco della Maremma</strong>.</p>
<p>Il nome Chamaerops viene dal greco <em>chamai</em>, che significa &#8220;per terra&#8221;, e <em>rhôps</em>, che vuol dire &#8220;cespuglio&#8221;; i greci, infatti, la chiamavano &#8220;palma gettata per terra&#8221;.</p>
<p>Questa specie è <strong>endemica </strong>del Mediterraneo e in Italia si è sviluppata durante il Terziario (tra 60 e 2 milioni di anni fa), quando il clima era molto più caldo di adesso. Durante questo periodo caldo molte specie di palme si sono spostate verso Nord, ma dopo le glaciazioni dell&#8217;Era Quaternaria, sono ritornate nel loro areale di origine, che è la fascia tropicale. La palma nana, durante le ere glaciali, ha ridotto notevolmente il suo areale di distribuzione, che attualmente ha come limite settentrionale le coste liguri delle Cinque Terre; per questo motivo questa specie viene considerata come un &#8220;relitto&#8221; di tempi più caldi.</p>
<p>Le foglie della palma nana hanno la classica forma a ventaglio, mentre le infiorescenze sono a pannocchia; i fiori maschili e quelli femminili, di colore giallo-verdognolo, sono portati su individui diversi (<strong>pianta dioica</strong>) e i frutti globosi, detti &#8216;drupe&#8217;, che a maturità assumono un colore bruno-rossiccio, spuntano tra giugno e ottobre.</p>
<p>La palma nana è una delle <strong>specie protette</strong> dalla Legge Regionale della Toscana 56/2000 &#8220;Norme per la conservazione e tutela degli habitat naturali e seminaturali, flora e fauna selvatiche&#8221; (Allegato C).</p>
<p>[Nella foto: un gruppo di palme nane in località Mar Morto a Monte Argentario © F.Birardi]</p>
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		<title>Dedicato a chi ama il pesce crudo</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/dedicato-a-chi-ama-il-pesce-crudo/</link>
		<comments>http://www.netcomspace.com/vianatweb/dedicato-a-chi-ama-il-pesce-crudo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 15:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Anisakidosi]]></category>
		<category><![CDATA[Anisakis]]></category>
		<category><![CDATA[Mammiferi marini]]></category>
		<category><![CDATA[Nematodi]]></category>
		<category><![CDATA[Pesci]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode Anisakis simplex, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;batterio&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a wikipedia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-94" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="cefali" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/10/cefali.jpg" alt="cefali" width="275" height="179" />Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode <em>Anisakis simplex</em>, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;<em>batterio</em>&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nematoda" target="_blank">wikipedia</a> se ne volete sapere di più).</p>
<p>L&#8217;Anisakis appartiene al secondo gruppo, infatti è un <strong>parassita</strong> che vive negli intestini dei mammiferi marini. Questo vermetto dall&#8217;aspetto simile ad un <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2e/4-S05A_010.jpg" target="_blank">capello bianco attorcigliato</a>, lungo circa 2 cm quando srotolato, ha un complesso <strong>ciclo vitale</strong>: le uova vengono rilasciate attraverso le feci dei mammiferi marini; dopo la schiusa vengono ingeriti da crostacei dell&#8217;ordine degli Euphasiacea, cioè gamberetti comunemente conosciuti con il nome di <strong>krill</strong>. I crostacei vengono mangiati, poi, dai pesci e il nematode si incista in un involucro protettivo nelle pareti dei loro organi viscerali, o, occasionalmente, nei muscoli o al di sotto dell&#8217;epidermide. Il ciclo vitale si completa solo quando un pesce infetto viene ingerito da un mammifero marino; a questo stadio l&#8217;animale adulto esce dalla ciste protettiva e si riproduce.</p>
<p>Cosa succede ad una persona che mangia pesce infetto da larve di Anisakis? Se il pesce è stato <strong>ben cotto</strong>, non succede niente; il nematode, infatti, muore se esposto a temperature intorno ai 60°C. Se, invece, il pesce era <strong>crudo</strong> e non era stato preventivamente surgelato a -15°C per almeno 4 giorni si rischia l&#8217;infezione da anisakis, detta <strong>anisakidosi</strong>. I sintomi, che provocano le larve che si impiantano sulla parete del nostro apparato gastrointestinale e che possono manifestarsi anche dopo 6-8 ore dall&#8217;ingestione, sono dolori addominali, febbre e diarrea. Il problema è che, una volta infettati, è molto difficile liberarsi di quest&#8217;ospite e in alcuni casi si deve addirittura ricorrere all&#8217;intervento chirurgico per asportare la parte dell&#8217;intestino invasa dai parassiti.</p>
<p>Quindi, come ci insegna la saggezza popolare, è meglio prevenire che curare: fate attenzione a ciò che mangiate e ricordate che limone e aceto, in questo caso, non servono a niente!</p>
<p>[nella foto: cefali © <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">A. Tommasi</a>]</p>
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		<title>Amadidattica.net: il sito e-learning dell&#8217;A.M.A.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 09:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Biologia marina]]></category>
		<category><![CDATA[Ecosistemi lagunari]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione ambientale]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del III Congresso Lagunet (Italian Network for lagoon research), che si è tenuto ad Orbetello dall&#8217;1 al 4 ottobre 2009, è stato presentato il sito www.amadidattica.net curato dall&#8217;Accademia Mare Ambiente.
Si tratta di un sito e-learning di biologia ed ecologia marina e lagunare, costruito su piattaforma open source moodle, utilizzata dalle maggiori università italiane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amadidattica.net" target="_blank"><img class="size-full wp-image-81 alignleft" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="amadid" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/10/amadid.jpg" alt="amadid" width="210" height="123" /></a>In occasione del <a href="http://www.unisi.it/eventi/lagunet" target="_blank">III Congresso Lagunet </a>(Italian Network for lagoon research), che si è tenuto ad Orbetello dall&#8217;1 al 4 ottobre 2009, è stato presentato il sito <a href="http://www.amadidattica.net">www.amadidattica.net</a> curato dall&#8217;Accademia Mare Ambiente.<br />
Si tratta di un sito <strong>e-learning</strong> di <strong>biologia</strong> ed <strong>ecologia marina</strong> e <strong>lagunare</strong>, costruito su piattaforma open source<strong> moodle</strong>, utilizzata dalle maggiori università italiane e straniere.</p>
<p>I <strong>7 percorsi formativi</strong> proposti dall&#8217;AMA, ai quali si può accedere attraverso un&#8217;<strong>iscrizione</strong> completamente <strong>gratuita</strong>, sono rivolti sia agli studenti delle <strong>scuole</strong> di ogni ordine e grado, sia alle persone interessate alla formazione permanente ma anche ai docenti che vogliano reperire materiale didattico interattivo per le proprie classi. Gli argomenti trattati sono: &#8220;<strong>il mare</strong>&#8220;, &#8220;<strong>il Mediterraneo</strong>&#8220;, &#8220;<strong>il mare dell&#8217;Argentario</strong>&#8220;, &#8220;<strong>la flora marina mediterranea</strong>&#8220;, &#8220;<strong>la fauna marina mediterranea</strong>&#8220;, &#8220;<strong>l&#8217;uomo e il mare</strong>&#8220;, &#8220;<strong>zone umide: la Laguna di Orbetello</strong>&#8220;.</p>
<p>I percorsi formativi sono composti da <strong>articoli brevi</strong> e<strong> semplici</strong>, che forniscono <strong>nozioni di base</strong> che potranno essere implementate successivamente dagli utenti, inoltre sono corredati da <strong>immagini</strong>, <strong>filmati</strong>, <strong>collegamenti a siti esterni</strong>, <strong>glossari</strong> e <strong>quiz di autovalutazione</strong>. Gli studenti sono seguiti da docenti e amministratori del sito ai quali possono rivolgersi in caso di aiuto e chiedere la creazione di nuovi corsi e l&#8217;inserimento di nuovi argomenti.</p>
<p>Visitate <a href="http://www.amadidattica.net">amadidattica.net</a>!</p>
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		<title>Albizia julibrissin, il fiore di seta</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 15:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora maremmana]]></category>
		<category><![CDATA[Acacia di Costantinopoli]]></category>
		<category><![CDATA[Albizia]]></category>
		<category><![CDATA[Fabaceae]]></category>
		<category><![CDATA[Specie aliena]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Genere: Albizia]
Dato che in un precedente articolo ho menzionato l&#8217;Albizia, è giusto che adesso dedichi un post proprio a lei.
Tanto per cominciare il nome &#8220;Albizia&#8221; le è stato dato in onore di colui che nel 1740 ha introdotto questo genere di piante in Europa dopo un suo viaggio a Costantinopoli: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Genere: Albizia]</p>
<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/albizia.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-76" style="float: left; margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="albizia" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/albizia-300x231.jpg" alt="" width="258" height="198" /></a>Dato che in un <a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/?p=70" target="_self">precedente articolo</a> ho menzionato l&#8217;Albizia, è giusto che adesso dedichi un post proprio a lei.</p>
<p>Tanto per cominciare il nome &#8220;Albizia&#8221; le è stato dato in onore di colui che nel 1740 ha introdotto questo genere di piante in Europa dopo un suo viaggio a Costantinopoli: il naturalista <strong>Filippo degli Albizzi</strong>, nobile fiorentino e lontano avo di mia nonna (così posso &#8220;vantare&#8221; sia i geni del naturalista che quelli dell&#8217;inquinatore ecologico nel mio DNA!).</p>
<p>In totale le specie di Albizia, appartenente alla famiglia delle <strong>Fabaceae</strong>, sono circa 50, tutte originarie dell&#8217;Asia, Australia e Africa tropicale.</p>
<p>L&#8217;<em>Albizia julibrissin</em> nota come Acacia di Costantinopoli o Gaggia arborea, è una specie molto comune in Maremma. Essa ha dei <strong>fiori </strong>a forma di piumino (nella foto) con colori che vanno dal bianco al rosa. Gli <strong>alberi </strong>possono raggiungere addirittura i 12 metri di altezza. Produce <strong>frutti</strong> a forma di baccelli al cui interno sono contenuti i <strong>semi</strong>.</p>
<p>Una curiosità: il nome specifico julibrissin viene dalla parola persiana &#8220;gul-i abrisham&#8221; che significa &#8220;fiore di seta&#8221;.</p>
<p>[Nella foto: <em>Albizia julibrissin</em> © F.Birardi]</p>
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		<title>Viaggio nel Mare Nostrum</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 13:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[DVD didattici]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Mediterraneo]]></category>

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		<description><![CDATA[È appena uscito il nuovo DVD didattico prodotto dall&#8217;Accademia Mare Ambiente dal titolo &#8220;Viaggio nel Mare Nostrum&#8221;. Il documentario analizza tutti i piani litorali in cui è suddiviso il Mar Mediterraneo e mette in rilievo le differenze che contraddistinguono il bacino occidentale da quello orientale per mezzo delle bellissime immagini riprese da Alessandro Tommasi, presidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/marenostrum09c.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-74" style="float: left; margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="marenostrum09c" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/marenostrum09c.jpg" alt="" width="146" height="207" /></a>È appena uscito il nuovo DVD didattico prodotto dall&#8217;<a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/accademia-mare-ambiente/" target="_blank">Accademia Mare Ambiente</a> dal titolo &#8220;Viaggio nel Mare Nostrum&#8221;. Il documentario analizza tutti i piani litorali in cui è suddiviso il Mar Mediterraneo e mette in rilievo le differenze che contraddistinguono il bacino occidentale da quello orientale per mezzo delle bellissime immagini riprese da <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/" target="_blank">Alessandro Tommasi</a>, presidente dell&#8217;A.M.A. e fotografo subacqueo pluripremiato.</p>
<p>L&#8217;intento principale dell&#8217;opera è quello di sensibilizzare gli spettatori alla protezione degli ecosistemi marini e renderli consapevoli della fragilità degli equilibri ecologici che regolano l&#8217;ambiente mediterraneo.</p>
<p>Per chi ne vuole sapere di più ecco la <a href="http://www.amadidattica.net/portal/mod/book/view.php?id=165&amp;chapterid=66" target="_blank">Scheda del DVD</a>.</p>
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		<title>Caesalpinia gilliesii, &#8220;uccello&#8221; del paradiso</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/caesalpinia-gilliesii-uccello-del-paradiso/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Jul 2009 15:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora maremmana]]></category>
		<category><![CDATA[Albizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabaceae]]></category>
		<category><![CDATA[Specie aliene]]></category>
		<category><![CDATA[Strelitzia]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Subfamiglia: Caesalpinioideae; Genere: Caesalpinia]


Nel giardino davanti alla mia casa si trova questo bell&#8217;arbustello (nella foto) con fiori gialli e stami molto lunghi di un rosa acceso. Per anni mi è stato detto che si trattava di una specie di Albizia, pianta ornamentale molto comune nei giardini giapponesi. Ho fatto una lunga ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Subfamiglia: Caesalpinioideae; Genere: Caesalpinia<a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/caesalpinia.jpg">]<br />
</a></p>
<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/caesalpinia.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-71" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px; float: left;" title="caesalpinia" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/caesalpinia-300x225.jpg" alt="" width="251" height="188" /></a></p>
<p>Nel giardino davanti alla mia casa si trova questo bell&#8217;arbustello (nella foto) con <strong>fiori </strong>gialli e <strong>stami</strong> molto lunghi di un rosa acceso. Per anni mi è stato detto che si trattava di una specie di <a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/?p=75">Albizia</a>, pianta ornamentale molto comune nei giardini giapponesi. Ho fatto una lunga ricerca su google per scoprire di che specie si trattasse, ma delle 50 specie di Albizia che sono riuscita a rintracciare nessuna le assomigliava neanche lontanamente!</p>
<p>Infatti quella che ho io in giardino non è un&#8217;Albizia ma una <em><strong>Caesalpinia gilliesii</strong></em> che con l&#8217;Albizia ha in comune solo il fatto di appartenere alla famiglia delle Fabaceae (o Leguminose), alla quale appartengono anche le mimose. Nei paesi anglosassoni questa pianta viene comunemente chiamata &#8220;<em>bird of paradise</em>&#8220;, uccello del paradiso, da non confondersi con il &#8220;<em>bird of paradise flower</em>&#8221; che è la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Strelitzia" target="_blank">Strelitzia</a>, pianta dai fiori arancioni e blu appartenente alla famiglia delle Strelitziaceae. Il genere Caesalpinia fu creato dal biologo svedese Carl von Linné, conosciuto come Linneo (1707-1778), in onore del botanico italiano Andrea Cesalpino (1519-1603).</p>
<p>La <em>Caesalpinia gilliesii</em> è una pianta ornamentale, nativa dell&#8217;Argentina ed Uruguay, che si è ben adattata al clima delle nostre latitudini. I fiori, portati in racemi lunghi fino a 20 cm, hanno 5 petali gialli con 10 stami rossi scarlatto molto lunghi e sporgenti. Gli arbusti possono arrivare fino ad un&#8217;altezza di 3 o 4 metri.</p>
<p>Una curiosità: il legno viene spesso utilizzato per la costruzione di archetti per violino.</p>
<p>[Nella foto: <em>Caesalpinia gilliesi </em>© F.Birardi]</p>
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		<title>Carpobrotus edulis, il fico degli Ottentotti</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 13:22:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora maremmana]]></category>
		<category><![CDATA[Carpobrotus]]></category>
		<category><![CDATA[Fico degli Ottentotti]]></category>
		<category><![CDATA[Meduse]]></category>
		<category><![CDATA[Piante grasse]]></category>
		<category><![CDATA[Specie aliene]]></category>
		<category><![CDATA[Specie invasive]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Caryophyllales; Famiglia: Aizoaceae; Genere: Carpobrotus]
Al genere Carpobrotus (che deriva dal greco carpos, che significa frutto, e brotos, che vuol dire commesitibile) appartengono molte specie di piante succulente (le cosiddette &#8220;piante grasse&#8221;) originarie del Sud Africa, che però hanno colonizzato anche i nostri litorali e sono molto diffuse lungo le coste maremmane.
Una specie che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Caryophyllales; Famiglia: Aizoaceae; Genere: Carpobrotus]</p>
<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/carpobrotus_edulis.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-69" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px; float: left;" title="carpobrotus_edulis" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/carpobrotus_edulis.jpg" alt="" width="243" height="182" /></a>Al genere <strong>Carpobrotus</strong> (che deriva dal greco <em>carpos</em>, che significa frutto, e <em>brotos</em>, che vuol dire commesitibile) appartengono molte specie di <strong>piante succulente</strong> (le cosiddette &#8220;piante grasse&#8221;) originarie del <strong>Sud Africa</strong>, che però hanno colonizzato anche i nostri litorali e sono molto diffuse lungo le coste maremmane.</p>
<p>Una specie che si ritrova frequentemente sulle nostre spiagge è il <em>Carpobrotus edulis</em>, che è comunemente conosciuto con il nome di &#8220;<strong>Fico degli Ottentotti</strong>&#8220;, così chiamato in onore del gruppo etnico che vive in Africa sudoccidentale e che si ciba del frutto di questa pianta. Il <strong>frutto</strong>, dall&#8217;aspetto rugoso, ha colore bruno, forma allungata e un sapore acidulo. Alle nostre latitutini queste piante cominciano a fiorire ad Aprile; i <strong>fiori </strong>sono abbastanza grandi ed hanno una colorazione vivace che va dal rosa al giallo.</p>
<p>I Carpobrotus prediligono i <strong>terreni sabbiosi</strong> e formano dei tappeti molto fitti ed estesi per mezzo delle loro foglie carnose a sezione triangolare. Molto spesso mostrano un <strong>comportamento invasivo</strong>: infatti la loro fitta copertura può arrivare addirittura a &#8220;soffocare&#8221; le altre piante già presenti in un dato areale, portandole alle morte.</p>
<p>Una curiosità: si dice che il succo di questa pianta abbia proprietà antidolorifiche e disinfiammanti, che sarebbero molto efficaci contro le lesioni provocate dalle cnidociti (cellule urticanti) delle meduse.</p>
<p>[nella foto: <em>Carpobrotus edulis, </em>© F.Birardi]</p>
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