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	<title>Viaggio di una Naturalista intorno al Web</title>
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	<description>sito-blog di Francesca Birardi</description>
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		<title>La leggenda di Jacopo e Giacinta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-172" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="assedio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/07/assedio200.jpg" alt="assedio200" width="200" height="148" />Dice la leggenda che ogni anno alla mezzanotte del primo giugno il fantasma di una giovane donna esca dalla Fortezza per dirigersi verso il Valle e ricongiungersi con il fantasma di un giovane uomo che discende dal Poggio dell&#8217;Argentiera. Si tratta di Jacopo e Giacinta, due giovani abitanti di Porto S. Stefano che un triste destino divise il 9 maggio del 1646, giorno in cui avrebbero dovuto sposarsi.</p>
<p>Quella mattina, infatti, davanti a Porto S. Stefano apparvero più di 100 navi francesi, inviate dal Cardinale Mazzarino per espugnare i porti spagnoli dello Stato dei Presìdi. L&#8217;invasione, conosciuta alla storia come l&#8217;&#8221;Assedio di Orbetello&#8221;, durò più due mesi finchè, dopo numerose e dure battaglie, i francesi si dichiararono vinti e abbandonarono le nostre zone.<br />
Jacopo rimase ferito nella battaglia che si sviluppò immediatamente dopo lo sbarco dei soldati nel paese e trovò rifugio nella macchia del Poggio dell&#8217;Argentiera, mentre Giacinta, che era figlia del Castellano della Fortezza Bartolomeo Fles, fu fatta prigioniera all&#8217;interno della fortificazione e dovette subire atroci violenze da parte dei suoi aguzzini.</p>
<p>Il promesso sposo, con la speranza di poter liberare la fanciulla, tutti i giorni si recava nei pressi della Fortezza, nascondendosi tra gli arbusti per non essere visto dai soldati, quando finalmente, quasi un mese dopo dall&#8217;assedio e precisamente il primo giugno 1646, la vide comparire sulla terrazza. Uscito dal suo nascondiglio cominciò a farle dei cenni per farsi notare, e la poverina, appena lo vide, disperata e senza via di scampo, salì sul parapetto e si gettò nel vuoto.</p>
<p>Jacopo, allora, corse verso il corpo dell&#8217;amata per tentare di rianimarla ma fu ucciso dalle sentinelle del castello. I soldati si recarono immediatamente sul posto per recuperare i corpi dei due giovani ma non trovarono niente: i due fidanzati erano scomparsi nel nulla, lasciando soltanto delle macchie di sangue sul terreno.</p>
<p>E così ogni anno, nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno, i due ragazzi si avviano l&#8217;uno verso l&#8217;altra, lei uscendo dalla sua casa e lui dal suo nascondiglio, per ricongiungersi ed amarsi come non avevano potuto fare in vita.</p>
<p>[articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=388:la-notte-di-jacopo-e-giacinta&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>]</p>
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		<title>La fabbrica di alcool da asfodelo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Alcool da asfodelo]]></category>
		<category><![CDATA[Argentario]]></category>
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		<description><![CDATA[A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.
Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-167 alignleft" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="asfodelo" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/04/asfodelo.jpg" alt="asfodelo" width="200" height="150" />A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.</p>
<p>Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da diversi patogeni; uno di questi era la temutissima fillossera, un insetto di provenienza americana che attacca le radici della vite europea e le fa marcire. Scoppiò una grossa crisi economica e il prezzo dell&#8217;alcool salì alle stelle; in tutti i paesi europei si cominciarono a cercare piante alternative alla vite e nuove tecniche di distillazione.</p>
<p>All&#8217;Argentario il signor Natale Poidebard pensò bene di sfruttare le radici ingrossate e tuberiformi dell&#8217;<em>Asphodelus ramosus</em>, detto burrazzo o porraccio, e nel 1845 fece costruire uno stabilimento al Valle, tra la darsena e il poggio dei muracci, il colle dove oggi si trova il centro sociale per anziani di Villa Varoli. Il procedimento con il quale avveniva la produzione dell&#8217;alcool era costituito da vari passaggi che prevedevano il lavaggio dei tuberi, il loro schiacciamento, la fermentazione e infine la distillazione.</p>
<p>Alla fine dell&#8217;Ottocento, grazie ai progressi della conoscenza scientifica e tecnologica nel campo della viticoltura, si trovarono finalmente i rimedi contro i patogeni della vite: per combattere la fillossera, per esempio, bastò innestare la vite europea sulle radici di quella  americana, che era resistente all&#8217;insetto.</p>
<p>Così le vigne dell&#8217;Argentario, semi-abbandonate per quasi 30 anni, ricominciarono ad essere coltivate e nel 1873 la fabbrica dell&#8217;alcool fu trasformata in uno stabilimento per la preparazione e iscatolamento delle sardine sott&#8217;olio.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=378:una-fabbrica-di-alcool&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: <em>Asphodelus ramosus</em> © F. Birardi]</p>
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		<title>Il nuovo DVD dell&#8217;A.M.A &#8211; Carlotta volume III</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 13:00:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Acquario Argentario]]></category>
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		<category><![CDATA[DVD didattici]]></category>

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		<description><![CDATA[È uscito il nuovo DVD didattico dell&#8217;Accademia Mare Ambiente dal titolo “I racconti di Carlotta – volume III: Gli altri invertebrati”.
In questo episodio vengono presentati, con taglio didattico-divulgativo,  tutti gli invertebrati che Carlotta non aveva incontrato nel volume  precedente; questi sono anellidi, briozoi, platelminti, poriferi, celenterati e tunicati.
I testi e le videoriprese sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-161" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="carlotta3" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/04/carlotta3.jpg" alt="carlotta3" width="200" height="280" />È uscito il nuovo DVD didattico dell&#8217;Accademia Mare Ambiente dal titolo “I racconti di Carlotta – volume III: Gli altri invertebrati”.</p>
<p>In questo episodio vengono presentati, con taglio didattico-divulgativo,  tutti gli invertebrati che Carlotta non aveva incontrato nel volume  precedente; questi sono anellidi, briozoi, platelminti, poriferi, celenterati e tunicati.</p>
<p>I testi e le videoriprese sono a cura di <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">Alessandro  Tommasi</a>, la supervisione scientifica è mia e di Maurizio De Pirro<strong> </strong>e la  post-produzione è a cura della <a href="http://www.mediatouch.it/">Mediatouch  2000 srl</a>.</p>
<p>Diventando soci sostenitori dell’Acquario, tramite la donazione di 10 euro, potrete ricevere il DVD “I racconti di Carlotta –  volume III” in omaggio e aiutare così lo staff  dell’Accademia Mare Ambiente a sostenere le spese per il mantenimento  delle vasche e delle specie ospitate.</p>
<p>Maggiori informazioni: <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/racconti-carlotta-volume-iii/">Acquario Mediterraneo dell&#8217;Argentario</a>.</p>
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		<title>I Nasipelosi e l&#8217;industria del sarracchio</title>
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		<comments>http://www.netcomspace.com/vianatweb/nasipelosi-sarracchio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Ampelodesmos mauritanicus]]></category>
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		<category><![CDATA[Pesca]]></category>
		<category><![CDATA[Porto S. Stefano]]></category>
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		<description><![CDATA[
Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-143" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="sarracchio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/sarracchio200.jpg" alt="sarracchio200" width="200" height="150" /></p>
<p>Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</div>
<p>Il suo nome scientifico è <em>Ampelodesmos mauritanicus</em>. Il termine <em>Ampelodesmos</em>, dal greco <em>ampelos</em> che significa “vite” e <em>desmos</em> che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. <em>Mauritanicus</em>, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</p>
<p>Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</p>
<p>Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=359:i-nasipelosi-e-lindustria-del-sarracchio&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]</p>
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		<title>Pesce prete: il pesce che “gioca” a bandierina</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fauna marina]]></category>
		<category><![CDATA[Pesce prete]]></category>
		<category><![CDATA[Uranoscopus scaber]]></category>

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		<description><![CDATA[
Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.
Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-136" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="prete" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/prete.jpg" alt="prete" width="300" height="220" /></p>
<p>Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!</div>
<p>Si tratta dell’<em>Uranoscopus scaber</em>, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.</p>
<p>Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.</p>
<p>Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.</p>
<p>È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/pesce-prete-il-pesce-che-gioca-a-bandierina/">Acquario Mediterraneo dell’Argentario</a>. Nella foto: Pesce prete © A. Tommasi]</p>
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		<title>Acquacoltura: la pesca del futuro?</title>
		<link>http://www.netcomspace.com/vianatweb/acquacoltura-la-pesca-del-futuro/</link>
		<comments>http://www.netcomspace.com/vianatweb/acquacoltura-la-pesca-del-futuro/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 10:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Acquacoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[Maricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[Pesca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.netcomspace.com/vianatweb/?p=126</guid>
		<description><![CDATA[Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-127" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="paranze" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/01/paranze.jpg" alt="paranze" width="269" height="180" />Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?</p>
<p>I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c&#8217;erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell&#8217;orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.</p>
<p>L&#8217;acquacoltura, ossia l&#8217;allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.</p>
<p>Dalla seconda metà del secolo scorso l&#8217;acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l&#8217;unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.</p>
<p>Il problema principale dell&#8217;acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette &#8220;farine di pesce&#8221;, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l&#8217;acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.</p>
<p>Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l&#8217;utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=350:acquacoltura-la-pesca-del-futuro&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]</p>
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		<title>La pianta &#8220;relitto&#8221;: la Palma nana</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora terrestre]]></category>
		<category><![CDATA[Chamaerops humilis]]></category>
		<category><![CDATA[Palma nana]]></category>
		<category><![CDATA[Specie protette]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: C. humilis]

È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell&#8217;Argentario e del Parco della Maremma.
Il nome Chamaerops viene dal greco chamai, che significa &#8220;per terra&#8221;, e rhôps, che vuol dire &#8220;cespuglio&#8221;; i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: <em>C. humilis</em>]</p>
<p><img class="size-full wp-image-116 alignleft" style="margin: 0px 8px;" title="palmanana" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/11/palmanana.jpg" alt="palmanana" width="280" height="200" /></p>
<p>È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell&#8217;Argentario e del Parco della Maremma.</p>
<p>Il nome Chamaerops viene dal greco <em>chamai</em>, che significa &#8220;per terra&#8221;, e <em>rhôps</em>, che vuol dire &#8220;cespuglio&#8221;; i greci, infatti, la chiamavano &#8220;palma gettata per terra&#8221;.</p>
<p>Questa specie è endemica del Mediterraneo e in Italia si è sviluppata durante il Terziario (tra 60 e 2 milioni di anni fa), quando il clima era molto più caldo di adesso. Durante questo periodo caldo molte specie di palme si sono spostate verso Nord, ma dopo le glaciazioni dell&#8217;Era Quaternaria, sono ritornate nel loro areale di origine, che è la fascia tropicale. La palma nana, durante le ere glaciali, ha ridotto notevolmente il suo areale di distribuzione, che attualmente ha come limite settentrionale le coste liguri delle Cinque Terre; per questo motivo questa specie viene considerata come un &#8220;relitto&#8221; di tempi più caldi.</p>
<p>Le foglie della palma nana hanno la classica forma a ventaglio, mentre le infiorescenze sono a pannocchia; i fiori maschili e quelli femminili, di colore giallo-verdognolo, sono portati su individui diversi (pianta dioica) e i frutti globosi, detti &#8216;drupe&#8217;, che a maturità assumono un colore bruno-rossiccio, spuntano tra giugno e ottobre.</p>
<p>La palma nana è una delle specie protette dalla Legge Regionale della Toscana 56/2000 &#8220;Norme per la conservazione e tutela degli habitat naturali e seminaturali, flora e fauna selvatiche&#8221; (Allegato C).</p>
<p>[Nella foto: un gruppo di palme nane in località Mar Morto a Monte Argentario © F.Birardi]</p>
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		<title>Dedicato a chi ama il pesce crudo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 15:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Anisakidosi]]></category>
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		<category><![CDATA[Mammiferi marini]]></category>
		<category><![CDATA[Nematodi]]></category>
		<category><![CDATA[Pesci]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode Anisakis simplex, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;batterio&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a wikipedia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-94" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="cefali" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/10/cefali.jpg" alt="cefali" width="275" height="179" />Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode <em>Anisakis simplex</em>, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;<em>batterio</em>&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nematoda" target="_blank">wikipedia</a> se ne volete sapere di più).</p>
<p>L&#8217;Anisakis appartiene al secondo gruppo, infatti è un parassita che vive negli intestini dei mammiferi marini. Questo vermetto dall&#8217;aspetto simile ad un <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2e/4-S05A_010.jpg" target="_blank">capello bianco attorcigliato</a>, lungo circa 2 cm quando srotolato, ha un complesso ciclo vitale: le uova vengono rilasciate attraverso le feci dei mammiferi marini; dopo la schiusa vengono ingeriti da crostacei dell&#8217;ordine degli Euphasiacea, cioè gamberetti comunemente conosciuti con il nome di krill. I crostacei vengono mangiati, poi, dai pesci e il nematode si incista in un involucro protettivo nelle pareti dei loro organi viscerali, o, occasionalmente, nei muscoli o al di sotto dell&#8217;epidermide. Il ciclo vitale si completa solo quando un pesce infetto viene ingerito da un mammifero marino; a questo stadio l&#8217;animale adulto esce dalla ciste protettiva e si riproduce.</p>
<p>Cosa succede ad una persona che mangia pesce infetto da larve di Anisakis? Se il pesce è stato ben cotto, non succede niente; il nematode, infatti, muore se esposto a temperature intorno ai 60°C. Se, invece, il pesce era crudo e non era stato preventivamente surgelato a -15°C per almeno 4 giorni si rischia l&#8217;infezione da anisakis, detta anisakidosi. I sintomi, che provocano le larve che si impiantano sulla parete del nostro apparato gastrointestinale e che possono manifestarsi anche dopo 6-8 ore dall&#8217;ingestione, sono dolori addominali, febbre e diarrea. Il problema è che, una volta infettati, è molto difficile liberarsi di quest&#8217;ospite e in alcuni casi si deve addirittura ricorrere all&#8217;intervento chirurgico per asportare la parte dell&#8217;intestino invasa dai parassiti.</p>
<p>Quindi, come ci insegna la saggezza popolare, è meglio prevenire che curare: fate attenzione a ciò che mangiate e ricordate che limone e aceto, in questo caso, non servono a niente!</p>
<p>[nella foto: cefali © <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">A. Tommasi</a>]</p>
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		<title>Amadidattica.net: il sito e-learning dell&#8217;A.M.A.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 09:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Biologia marina]]></category>
		<category><![CDATA[Ecosistemi lagunari]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione ambientale]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del III Congresso Lagunet (Italian Network for lagoon research), che si è tenuto ad Orbetello dall&#8217;1 al 4 ottobre 2009, è stato presentato il sito www.amadidattica.net curato dall&#8217;Accademia Mare Ambiente.
Si tratta di un sito e-learning di biologia ed ecologia marina e lagunare, costruito su piattaforma open source moodle, utilizzata dalle maggiori università italiane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amadidattica.net" target="_blank"><img class="size-full wp-image-81 alignleft" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="amadid" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/10/amadid.jpg" alt="amadid" width="210" height="123" /></a>In occasione del <a href="http://www.unisi.it/eventi/lagunet" target="_blank">III Congresso Lagunet </a>(Italian Network for lagoon research), che si è tenuto ad Orbetello dall&#8217;1 al 4 ottobre 2009, è stato presentato il sito <a href="http://www.amadidattica.net">www.amadidattica.net</a> curato dall&#8217;Accademia Mare Ambiente.<br />
Si tratta di un sito e-learning di biologia ed ecologia marina e lagunare, costruito su piattaforma open source<strong> </strong>moodle, utilizzata dalle maggiori università italiane e straniere.</p>
<p>I 7 percorsi formativi proposti dall&#8217;AMA, ai quali si può accedere attraverso un&#8217;iscrizione completamente gratuita, sono rivolti sia agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, sia alle persone interessate alla formazione permanente ma anche ai docenti che vogliano reperire materiale didattico interattivo per le proprie classi. Gli argomenti trattati sono: &#8220;il mare&#8221;, &#8220;il Mediterraneo&#8221;, &#8220;il mare dell&#8217;Argentario&#8221;, &#8220;la flora marina mediterranea&#8221;, &#8220;la fauna marina mediterranea&#8221;, &#8220;l&#8217;uomo e il mare&#8221;, &#8220;zone umide: la Laguna di Orbetello&#8221;.</p>
<p>I percorsi formativi sono composti da articoli brevi e semplici, che forniscono nozioni di base che potranno essere implementate successivamente dagli utenti, inoltre sono corredati da immagini, filmati, collegamenti a siti esterni, glossari e quiz di autovalutazione. Gli studenti sono seguiti da docenti e amministratori del sito ai quali possono rivolgersi in caso di aiuto e chiedere la creazione di nuovi corsi e l&#8217;inserimento di nuovi argomenti.</p>
<p>Visitate <a href="http://www.amadidattica.net">amadidattica.net</a>!</p>
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		<title>Albizia julibrissin, il fiore di seta</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 15:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flora terrestre]]></category>
		<category><![CDATA[Acacia di Costantinopoli]]></category>
		<category><![CDATA[Albizia]]></category>
		<category><![CDATA[Fabaceae]]></category>
		<category><![CDATA[Specie aliena]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Genere: Albizia]
Dato che in un precedente articolo ho menzionato l&#8217;Albizia, è giusto che adesso dedichi un post proprio a lei.
Tanto per cominciare il nome &#8220;Albizia&#8221; le è stato dato in onore di colui che nel 1740 ha introdotto questo genere di piante in Europa dopo un suo viaggio a Costantinopoli: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ordine: Fabales; Famiglia: Fabaceae; Genere: Albizia]</p>
<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/albizia.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-76" style="float: left; margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="albizia" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/07/albizia-300x231.jpg" alt="" width="258" height="198" /></a>Dato che in un <a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/?p=70" target="_self">precedente articolo</a> ho menzionato l&#8217;Albizia, è giusto che adesso dedichi un post proprio a lei.</p>
<p>Tanto per cominciare il nome &#8220;Albizia&#8221; le è stato dato in onore di colui che nel 1740 ha introdotto questo genere di piante in Europa dopo un suo viaggio a Costantinopoli: il naturalista Filippo degli Albizzi, nobile fiorentino e lontano avo di mia nonna (così posso &#8220;vantare&#8221; sia i geni del naturalista che quelli dell&#8217;inquinatore ecologico nel mio DNA!).</p>
<p>In totale le specie di Albizia, appartenente alla famiglia delle Fabaceae, sono circa 50, tutte originarie dell&#8217;Asia, Australia e Africa tropicale.</p>
<p>L&#8217;<em>Albizia julibrissin</em> nota come Acacia di Costantinopoli o Gaggia arborea, è una specie molto comune in Maremma. Essa ha dei fiori a forma di piumino (nella foto) con colori che vanno dal bianco al rosa. Gli alberi possono raggiungere addirittura i 12 metri di altezza. Produce frutti a forma di baccelli al cui interno sono contenuti i semi.</p>
<p>Una curiosità: il nome specifico julibrissin viene dalla parola persiana &#8220;gul-i abrisham&#8221; che significa &#8220;fiore di seta&#8221;.</p>
<p>[Nella foto: <em>Albizia julibrissin</em> © F.Birardi]</p>
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