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	<title>Viaggio di una Naturalista intorno al Web &#187; Curiosità</title>
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	<description>sito-blog di Francesca Birardi</description>
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		<title>La leggenda di Jacopo e Giacinta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dice la leggenda che ogni anno alla mezzanotte del primo giugno il fantasma di una giovane donna esca dalla Fortezza per dirigersi verso il Valle e ricongiungersi con il fantasma di un giovane uomo che discende dal Poggio dell&#8217;Argentiera. Si tratta di Jacopo e Giacinta, due giovani abitanti di Porto S. Stefano che un triste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-172" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="assedio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/07/assedio200.jpg" alt="assedio200" width="200" height="148" />Dice la leggenda che ogni anno alla mezzanotte del primo giugno il fantasma di una giovane donna esca dalla Fortezza per dirigersi verso il Valle e ricongiungersi con il fantasma di un giovane uomo che discende dal Poggio dell&#8217;Argentiera. Si tratta di Jacopo e Giacinta, due giovani abitanti di Porto S. Stefano che un triste destino divise il 9 maggio del 1646, giorno in cui avrebbero dovuto sposarsi.</p>
<p>Quella mattina, infatti, davanti a Porto S. Stefano apparvero più di 100 navi francesi, inviate dal Cardinale Mazzarino per espugnare i porti spagnoli dello Stato dei Presìdi. L&#8217;invasione, conosciuta alla storia come l&#8217;&#8221;Assedio di Orbetello&#8221;, durò più due mesi finchè, dopo numerose e dure battaglie, i francesi si dichiararono vinti e abbandonarono le nostre zone.<br />
Jacopo rimase ferito nella battaglia che si sviluppò immediatamente dopo lo sbarco dei soldati nel paese e trovò rifugio nella macchia del Poggio dell&#8217;Argentiera, mentre Giacinta, che era figlia del Castellano della Fortezza Bartolomeo Fles, fu fatta prigioniera all&#8217;interno della fortificazione e dovette subire atroci violenze da parte dei suoi aguzzini.</p>
<p>Il promesso sposo, con la speranza di poter liberare la fanciulla, tutti i giorni si recava nei pressi della Fortezza, nascondendosi tra gli arbusti per non essere visto dai soldati, quando finalmente, quasi un mese dopo dall&#8217;assedio e precisamente il primo giugno 1646, la vide comparire sulla terrazza. Uscito dal suo nascondiglio cominciò a farle dei cenni per farsi notare, e la poverina, appena lo vide, disperata e senza via di scampo, salì sul parapetto e si gettò nel vuoto.</p>
<p>Jacopo, allora, corse verso il corpo dell&#8217;amata per tentare di rianimarla ma fu ucciso dalle sentinelle del castello. I soldati si recarono immediatamente sul posto per recuperare i corpi dei due giovani ma non trovarono niente: i due fidanzati erano scomparsi nel nulla, lasciando soltanto delle macchie di sangue sul terreno.</p>
<p>E così ogni anno, nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno, i due ragazzi si avviano l&#8217;uno verso l&#8217;altra, lei uscendo dalla sua casa e lui dal suo nascondiglio, per ricongiungersi ed amarsi come non avevano potuto fare in vita.</p>
<p>[articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=388:la-notte-di-jacopo-e-giacinta&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>]</p>
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		<title>La fabbrica di alcool da asfodelo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Alcool da asfodelo]]></category>
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		<description><![CDATA[A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.
Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-167 alignleft" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="asfodelo" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/04/asfodelo.jpg" alt="asfodelo" width="200" height="150" />A Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.</p>
<p>Nell&#8217;Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da diversi patogeni; uno di questi era la temutissima fillossera, un insetto di provenienza americana che attacca le radici della vite europea e le fa marcire. Scoppiò una grossa crisi economica e il prezzo dell&#8217;alcool salì alle stelle; in tutti i paesi europei si cominciarono a cercare piante alternative alla vite e nuove tecniche di distillazione.</p>
<p>All&#8217;Argentario il signor Natale Poidebard pensò bene di sfruttare le radici ingrossate e tuberiformi dell&#8217;<em>Asphodelus ramosus</em>, detto burrazzo o porraccio, e nel 1845 fece costruire uno stabilimento al Valle, tra la darsena e il poggio dei muracci, il colle dove oggi si trova il centro sociale per anziani di Villa Varoli. Il procedimento con il quale avveniva la produzione dell&#8217;alcool era costituito da vari passaggi che prevedevano il lavaggio dei tuberi, il loro schiacciamento, la fermentazione e infine la distillazione.</p>
<p>Alla fine dell&#8217;Ottocento, grazie ai progressi della conoscenza scientifica e tecnologica nel campo della viticoltura, si trovarono finalmente i rimedi contro i patogeni della vite: per combattere la fillossera, per esempio, bastò innestare la vite europea sulle radici di quella  americana, che era resistente all&#8217;insetto.</p>
<p>Così le vigne dell&#8217;Argentario, semi-abbandonate per quasi 30 anni, ricominciarono ad essere coltivate e nel 1873 la fabbrica dell&#8217;alcool fu trasformata in uno stabilimento per la preparazione e iscatolamento delle sardine sott&#8217;olio.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=378:una-fabbrica-di-alcool&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: <em>Asphodelus ramosus</em> © F. Birardi]</p>
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		<title>I Nasipelosi e l&#8217;industria del sarracchio</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ampelodesmos mauritanicus]]></category>
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		<description><![CDATA[
Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-143" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="sarracchio200" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2010/02/sarracchio200.jpg" alt="sarracchio200" width="200" height="150" /></p>
<p>Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</div>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</div>
<p>Il suo nome scientifico è <em>Ampelodesmos mauritanicus</em>. Il termine <em>Ampelodesmos</em>, dal greco <em>ampelos</em> che significa “vite” e <em>desmos</em> che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. <em>Mauritanicus</em>, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.</p>
<p>Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.</p>
<p>Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati &#8220;Sarracchiai&#8221;. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome &#8220;Nasipelosi&#8221; ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.argentarionews.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=359:i-nasipelosi-e-lindustria-del-sarracchio&amp;catid=34:notizie&amp;Itemid=53">Argentarionews</a>. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]</p>
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		<title>Dedicato a chi ama il pesce crudo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 15:31:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode Anisakis simplex, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;batterio&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a wikipedia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-94" style="margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="cefali" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/10/cefali.jpg" alt="cefali" width="275" height="179" />Qualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l&#8217;esistenza del nematode <em>Anisakis simplex</em>, da molti conosciuto erroneamente come &#8220;<em>batterio</em>&#8220;. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nematoda" target="_blank">wikipedia</a> se ne volete sapere di più).</p>
<p>L&#8217;Anisakis appartiene al secondo gruppo, infatti è un parassita che vive negli intestini dei mammiferi marini. Questo vermetto dall&#8217;aspetto simile ad un <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2e/4-S05A_010.jpg" target="_blank">capello bianco attorcigliato</a>, lungo circa 2 cm quando srotolato, ha un complesso ciclo vitale: le uova vengono rilasciate attraverso le feci dei mammiferi marini; dopo la schiusa vengono ingeriti da crostacei dell&#8217;ordine degli Euphasiacea, cioè gamberetti comunemente conosciuti con il nome di krill. I crostacei vengono mangiati, poi, dai pesci e il nematode si incista in un involucro protettivo nelle pareti dei loro organi viscerali, o, occasionalmente, nei muscoli o al di sotto dell&#8217;epidermide. Il ciclo vitale si completa solo quando un pesce infetto viene ingerito da un mammifero marino; a questo stadio l&#8217;animale adulto esce dalla ciste protettiva e si riproduce.</p>
<p>Cosa succede ad una persona che mangia pesce infetto da larve di Anisakis? Se il pesce è stato ben cotto, non succede niente; il nematode, infatti, muore se esposto a temperature intorno ai 60°C. Se, invece, il pesce era crudo e non era stato preventivamente surgelato a -15°C per almeno 4 giorni si rischia l&#8217;infezione da anisakis, detta anisakidosi. I sintomi, che provocano le larve che si impiantano sulla parete del nostro apparato gastrointestinale e che possono manifestarsi anche dopo 6-8 ore dall&#8217;ingestione, sono dolori addominali, febbre e diarrea. Il problema è che, una volta infettati, è molto difficile liberarsi di quest&#8217;ospite e in alcuni casi si deve addirittura ricorrere all&#8217;intervento chirurgico per asportare la parte dell&#8217;intestino invasa dai parassiti.</p>
<p>Quindi, come ci insegna la saggezza popolare, è meglio prevenire che curare: fate attenzione a ciò che mangiate e ricordate che limone e aceto, in questo caso, non servono a niente!</p>
<p>[nella foto: cefali © <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/alessandro-tommasi/">A. Tommasi</a>]</p>
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		<title>Carlotta, la cernia mascotte</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 08:11:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Acquario Mediterraneo dell’Argentario ha una mascotte molto particolare: si tratta di una cernia bruna di nome Carlotta.
Carlotta vive nel nostro Acquario ormai da 12 anni, ancor prima del trasferimento della struttura dalla piccola sede in via del Molo all’attuale, che si trova all’inizio del lungomare dei navigatori. La cernia fu portata da un pescatore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/carlotta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-51" style="FLOAT: left; MARGIN-LEFT: 8px; MARGIN-RIGHT: 8px" title="carlotta" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/04/carlotta.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></em>L’Acquario Mediterraneo dell’Argentario ha una mascotte molto particolare: si tratta di una cernia bruna di nome Carlotta.</p>
<p>Carlotta vive nel nostro Acquario ormai da 12 anni, ancor prima del trasferimento della struttura dalla piccola sede in via del Molo all’attuale, che si trova all’inizio del lungomare dei navigatori. La cernia fu portata da un pescatore di Porto Santo Stefano, che l’aveva trovata ancora viva nel suo palamito; appena arrivata pesava circa 4 kg, poi nel corso degli anni, mangiando il suo cibo preferito (merluzzi, calamari e sardine) è cresciuta parecchio e adesso “vanta” un peso di circa 8/10 chilogrammi.</p>
<p>I soci dell’Accademia Mare Ambiente la amano e la coccolano, e lei a sua volta mostra loro affetto facendosi accarezzare, pulire i denti e grattare la pancia. Fra tutti i soci dell’A.M.A. è palese il suo affetto particolare verso Massimo Barlettani, vicepresidente e responsabile dell’allestimento delle vasche, che fin dal suo arrivo si è occupato amorevolmente e costantemente di lei, proprio come fosse un familiare. Massimo racconta che circa 9 anni fa Carlotta gli fece prendere un grosso spavento: la cernia, infatti, si era ingoiata il termometro che indicava la temperatura della vasca. Dopo tre giorni di ansie e preoccupazioni Massimo e tutto lo staff dell’Acquario hanno visto, con grande sollievo, il termometro galleggiare nella vasca … Carlotta aveva finalmente rigurgitato l’oggetto indigesto!</p>
<p>In questi anni la nostra mascotte ha dimostrato di avere una salute di ferro, ha avuto solo qualche problema parassitario che è stato, per fortuna, tempestivamente risolto grazie all’intervento del medico veterinario.</p>
<p>Alcuni visitatori, vedendo questo pesce così grande in una vasca che certo non si può definire enorme, si sono chiesti se Carlotta potrebbe trovare giovamento nell’essere spostata in una vasca più grande, ma lei ha ampiamente dimostrato di gradire la sua vasca. Infatti le cernie, anche in mare aperto, sono abituate a rimanere molto vicine alla loro tana e se ne allontanano proprio mal volentieri. Questo loro comportamento, unito al loro carattere curioso, le rende molto vulnerabili, inoltre le loro carni appetibili ne fanno sicuramente delle ottime prede per i pescatori; per questi motivi, tutto sommato, Carlotta può ritenersi una cernia fortunata!</p>
<p>Alessandro Tommasi, presidente dell’A.M.A., per farla conoscere a tutti i bambini d’Italia, l’ha resa protagonista di una serie di documentari a scopo didattico nei quali la nostra beniamina si ricorda di quando viveva in mare aperto e durante il suo viaggio immaginario incontra le varie specie marine spiegandone le caratteristiche biologiche ed etologiche come una vera e propria star televisiva.</p>
<p>Come tutte le cernie anche Carlotta diventerà presto un maschio: il cambiamento di sesso di solito avviene dopo il dodicesimo anno di età, e la nostra mascotte ha sicuramente più di 12 anni. Comunque considerando che Carlotta ultimamente sembra mostrare degli atteggiamenti particolari verso un’altra cernia bruna, sua compagna di vasca, crediamo proprio che la nostra beniamina si stia preparando a compiere il “grande passo”.</p>
<p>[Articolo originale su <a href="http://www.acquarioargentario.org/index.php/carlotta-la-cernia-mascotte/">Acquario Mediterraneo dell'Argentario</a>. Nella foto: Carlotta © <a href="http://www.flickr.com/photos/tremandy/">E. Birardi</a>]</p>
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		<title>The &#8220;Fanciulli Cocktail&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 19:50:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fanciulli cocktail]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Fanciulli]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho scoperto stamani l&#8217;esistenza di un cocktail dal nome &#8220;Fanciulli Cocktail&#8221; che pare essere stato creato in onore del grande bandmaster, mio compaesano, il prof. Francesco Fanciulli, che è stato leader della banda dei Marines dal 1892 al 1897.
La ricetta del cocktail è stata pubblicata per la prima volta nel 1931 nel libro &#8220;Old Waldorf [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/fernetbranca1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-43" style="float: left; margin-left: 8px; margin-right: 8px;" title="fernetbranca1" src="http://www.netcomspace.com/vianatweb/wp-content/uploads/2009/01/fernetbranca1-89x300.jpg" alt="" width="52" height="184" /></a>Ho scoperto stamani l&#8217;esistenza di un cocktail dal nome &#8220;Fanciulli Cocktail&#8221; che pare essere stato creato in onore del grande bandmaster, mio compaesano, il prof. <a href="http://www.ffanciulli.altervista.org/ita_bioff.htm" target="_blank">Francesco Fanciulli</a>, che è stato leader della banda dei Marines dal 1892 al 1897.</p>
<p>La ricetta del cocktail è stata pubblicata per la prima volta nel 1931 nel libro &#8220;Old Waldorf Bar Days&#8221; scritto da Albert Stevens Crockett.</p>
<p>Non si sa per quale motivo sia stato dedicato proprio questo cocktail a base di Fernet-Branca al compositore; si ipotizza però che molto probabilmente il fatto che il liquore fosse italiano tanto quanto Fanciulli (che nel periodo in cui il cocktail veniva inventato era spesso citato nelle news) abbia contribuito parecchio nella scelta del nome.</p>
<p>La ricetta originale è la seguente:</p>
<p><em><strong>The Fanciulli Cocktail</strong><br />
1 and 1/2 oz Bourbon<br />
3/4 oz sweet (red) vermouth<br />
1/4 oz Fernet-Branca</em></p>
<p>N.B. 1 oz = 1 oncia = 28,3 g</p>
<p>Allora, nell&#8217;attesa che il &#8220;Fanciulli cocktail&#8221; sia listato nei menu dei bar santostefanesi, cin cin a tutti!</p>
<p>(Per chi vuole saperne di più:<em> </em><a href="http://online.wsj.com/article/SB123092858411149807.html" target="_blank"><em>Making Bitter Fernet-Branca Much Easier to Swallow</em></a>)</p>
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