Viaggio di una Naturalista intorno al Web

sito-blog di Francesca Birardi

I Nasipelosi e l’industria del sarracchio

sarracchio200

Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.

Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.
C’è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.
Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.
Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati “Sarracchiai”. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome “Nasipelosi” ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».

Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.

C’è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.

Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.

Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati “Sarracchiai”. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome “Nasipelosi” ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».

[Articolo che ho scritto per Argentarionews, che si trova qui. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]

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Pesce prete: il pesce che “gioca” a bandierina

prete

Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.

Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.
Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.
Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.
È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!

Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.

Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.

Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.

È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!

[Articolo che ho scritto per il sito dell’Acquario Mediterraneo dell’Argentario di Porto S. Stefano, che si trova qui. Nella foto: Pesce prete © A. Tommasi]

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Acquacoltura: la pesca del futuro?

Chi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?
I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c’erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.
Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell’orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.
L’acquacoltura, ossia l’allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.
Dalla seconda metà del secolo scorso l’acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l’unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.
Il problema principale dell’acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette “farine di pesce”, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l’acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa. Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l’utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.

paranzeChi di voi facendo una passeggiata nella zona del porto non si è reso conto che negli ultimi anni il numero delle paranze ormeggiate è notevolmente diminuito, oppure non ha mai sentito persone lamentarsi di non prendere niente quando vanno a pescare?

I pescatori di professione e i dilettanti, o coloro che semplicemente amano nuotare con maschera e boccaglio, si saranno sicuramente accorti che qualche anno fa nel nostro mare c’erano molti più pesci e di conseguenza anche molte più paranze.

Allo stesso tempo, però, il numero degli impianti di acquacoltura a terra e a mare è in forte aumento; nell’orbetellano si contano ben quattro impianti di allevamento ittico con vasche a terra, mentre nel nostro Comune, davanti a Porto Ercole, è stato recentemente realizzato un impianto di maricoltura con gabbie a mare.

L’acquacoltura, ossia l’allevamento di organismi acquatici vegetali e animali, è una tecnica antichissima che nasce in Cina addirittura nel 4000 a.C. Più tardi anche i Romani si dedicarono assiduamente a questa attività: ne sono prova i resti delle vasche di allevamento di proprietà dei Domizi Enobarbi nelle acque della spiaggetta di Villa Domizia.

Dalla seconda metà del secolo scorso l’acquacoltura sta avendo il suo massimo sviluppo e, in seguito alla costante diminuzione delle popolazioni ittiche naturali, sembra essere l’unica soluzione per mantenere intatto il mercato di spigole e orate, ma anche di specie recentemente introdotte negli allevamenti, come ombrine e sogliole.

Il problema principale dell’acquacoltura, però, è che essa rimane comunque legata alla pesca: infatti i pesci allevati vengono nutriti con mangimi artificiali ad alto contenuto proteico, le cosiddette “farine di pesce”, che si ottengono proprio da pesci pescati in mare, come sardine e acciughe. Quindi, per ironia della sorte, sarebbe proprio la stessa acquacoltura a contribuire alla riduzione degli stock ittici naturali. Per cui, se l’acquacoltura non verrà resa del tutto indipendente dalla pesca, sembra essere poco probabile che questa attività possa costituire una valida alternativa.

Meglio sarebbe riorganizzare la pesca e il fermo biologico, che così impostato serve a poco o a niente, e soprattutto aumentare i controlli in mare, spesso scarsi o assenti, magari con l’utilizzo di tecnologie più avanzate per combattere soprattutto la pesca illegale.

[Articolo che ho scritto per Argentarionews, che si trova qui. Nella foto: Paranze di Porto S. Stefano © F. Birardi]

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La pianta “relitto”: la Palma nana

[Ordine: Arecales; Famiglia: Arecaceae; Genere: Chamaerops; Specie: C. humilis]

palmanana

È molto frequente vedere questa piccola palma, che però in alcuni casi può  raggiungere anche la ragguardevole altezza di 2 metri, sulle coste rocciose dell’Argentario e del Parco della Maremma.

Il nome Chamaerops viene dal greco chamai, che significa “per terra”, e rhôps, che vuol dire “cespuglio”; i greci, infatti, la chiamavano “palma gettata per terra”.

Questa specie è endemica del Mediterraneo e in Italia si è sviluppata durante il Terziario (tra 60 e 2 milioni di anni fa), quando il clima era molto più caldo di adesso. Durante questo periodo caldo molte specie di palme si sono spostate verso Nord, ma dopo le glaciazioni dell’Era Quaternaria, sono ritornate nel loro areale di origine, che è la fascia tropicale. La palma nana, durante le ere glaciali, ha ridotto notevolmente il suo areale di distribuzione, che attualmente ha come limite settentrionale le coste liguri delle Cinque Terre; per questo motivo questa specie viene considerata come un “relitto” di tempi più caldi.

Le foglie della palma nana hanno la classica forma a ventaglio, mentre le infiorescenze sono a pannocchia; i fiori maschili e quelli femminili, di colore giallo-verdognolo, sono portati su individui diversi (pianta dioica) e i frutti globosi, detti ‘drupe’, che a maturità assumono un colore bruno-rossiccio, spuntano tra giugno e ottobre.

La palma nana è una delle specie protette dalla Legge Regionale della Toscana 56/2000 “Norme per la conservazione e tutela degli habitat naturali e seminaturali, flora e fauna selvatiche” (Allegato C).

[Nella foto: un gruppo di palme nane in località Mar Morto a Monte Argentario © F.Birardi]

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Dedicato a chi ama il pesce crudo

cefaliQualche tempo fa, grazie ai racconti di un signore che ne è affetto, ho scoperto l’esistenza del nematode Anisakis simplex, da molti conosciuto erroneamente come “batterio“. Per i non addetti ai lavori i nematodi sono dei veri e propri vermi dal corpo cilindrico le cui specie conducono vita libera o parassitaria (vi rimando a wikipedia se ne volete sapere di più).

L’Anisakis appartiene al secondo gruppo, infatti è un parassita che vive negli intestini dei mammiferi marini. Questo vermetto dall’aspetto simile ad un capello bianco attorcigliato, lungo circa 2 cm quando srotolato, ha un complesso ciclo vitale: le uova vengono rilasciate attraverso le feci dei mammiferi marini; dopo la schiusa vengono ingeriti da crostacei dell’ordine degli Euphasiacea, cioè gamberetti comunemente conosciuti con il nome di krill. I crostacei vengono mangiati, poi, dai pesci e il nematode si incista in un involucro protettivo nelle pareti dei loro organi viscerali, o, occasionalmente, nei muscoli o al di sotto dell’epidermide. Il ciclo vitale si completa solo quando un pesce infetto viene ingerito da un mammifero marino; a questo stadio l’animale adulto esce dalla ciste protettiva e si riproduce.

Cosa succede ad una persona che mangia pesce infetto da larve di Anisakis? Se il pesce è stato ben cotto, non succede niente; il nematode, infatti, muore se esposto a temperature intorno ai 60°C. Se, invece, il pesce era crudo e non era stato preventivamente surgelato a -15°C per almeno 4 giorni si rischia l’infezione da anisakis, detta anisakidosi. I sintomi, che provocano le larve che si impiantano sulla parete del nostro apparato gastrointestinale e che possono manifestarsi anche dopo 6-8 ore dall’ingestione, sono dolori addominali, febbre e diarrea. Il problema è che, una volta infettati, è molto difficile liberarsi di quest’ospite e in alcuni casi si deve addirittura ricorrere all’intervento chirurgico per asportare la parte dell’intestino invasa dai parassiti.

Quindi, come ci insegna la saggezza popolare, è meglio prevenire che curare: fate attenzione a ciò che mangiate e ricordate che limone e aceto, in questo caso, non servono a niente!

[nella foto: cefali © A. Tommasi]

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