Viaggio di una Naturalista intorno al Web

sito-blog di Francesca Birardi

La leggenda di Jacopo e Giacinta

assedio200Dice la leggenda che ogni anno alla mezzanotte del primo giugno il fantasma di una giovane donna esca dalla Fortezza per dirigersi verso il Valle e ricongiungersi con il fantasma di un giovane uomo che discende dal Poggio dell’Argentiera. Si tratta di Jacopo e Giacinta, due giovani abitanti di Porto S. Stefano che un triste destino divise il 9 maggio del 1646, giorno in cui avrebbero dovuto sposarsi.

Quella mattina, infatti, davanti a Porto S. Stefano apparvero più di 100 navi francesi, inviate dal Cardinale Mazzarino per espugnare i porti spagnoli dello Stato dei Presìdi. L’invasione, conosciuta alla storia come l’”Assedio di Orbetello”, durò più due mesi finchè, dopo numerose e dure battaglie, i francesi si dichiararono vinti e abbandonarono le nostre zone.
Jacopo rimase ferito nella battaglia che si sviluppò immediatamente dopo lo sbarco dei soldati nel paese e trovò rifugio nella macchia del Poggio dell’Argentiera, mentre Giacinta, che era figlia del Castellano della Fortezza Bartolomeo Fles, fu fatta prigioniera all’interno della fortificazione e dovette subire atroci violenze da parte dei suoi aguzzini.

Il promesso sposo, con la speranza di poter liberare la fanciulla, tutti i giorni si recava nei pressi della Fortezza, nascondendosi tra gli arbusti per non essere visto dai soldati, quando finalmente, quasi un mese dopo dall’assedio e precisamente il primo giugno 1646, la vide comparire sulla terrazza. Uscito dal suo nascondiglio cominciò a farle dei cenni per farsi notare, e la poverina, appena lo vide, disperata e senza via di scampo, salì sul parapetto e si gettò nel vuoto.

Jacopo, allora, corse verso il corpo dell’amata per tentare di rianimarla ma fu ucciso dalle sentinelle del castello. I soldati si recarono immediatamente sul posto per recuperare i corpi dei due giovani ma non trovarono niente: i due fidanzati erano scomparsi nel nulla, lasciando soltanto delle macchie di sangue sul terreno.

E così ogni anno, nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno, i due ragazzi si avviano l’uno verso l’altra, lei uscendo dalla sua casa e lui dal suo nascondiglio, per ricongiungersi ed amarsi come non avevano potuto fare in vita.

[articolo originale su Argentarionews]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

La fabbrica di alcool da asfodelo

asfodeloA Porto S. Stefano, a circa metà del 1800 era sorta una fabbrica che produceva un alcool molto particolare, poichè veniva ottenuto tramite distillazione dei tuberi di asfodelo, una  pianta della famiglia delle Liliaceae molto comune e abbondante su suoli aridi e rocciosi come i nostri.

Nell’Ottocento, infatti, i vigneti di tutta Europa furono attaccati da diversi patogeni; uno di questi era la temutissima fillossera, un insetto di provenienza americana che attacca le radici della vite europea e le fa marcire. Scoppiò una grossa crisi economica e il prezzo dell’alcool salì alle stelle; in tutti i paesi europei si cominciarono a cercare piante alternative alla vite e nuove tecniche di distillazione.

All’Argentario il signor Natale Poidebard pensò bene di sfruttare le radici ingrossate e tuberiformi dell’Asphodelus ramosus, detto burrazzo o porraccio, e nel 1845 fece costruire uno stabilimento al Valle, tra la darsena e il poggio dei muracci, il colle dove oggi si trova il centro sociale per anziani di Villa Varoli. Il procedimento con il quale avveniva la produzione dell’alcool era costituito da vari passaggi che prevedevano il lavaggio dei tuberi, il loro schiacciamento, la fermentazione e infine la distillazione.

Alla fine dell’Ottocento, grazie ai progressi della conoscenza scientifica e tecnologica nel campo della viticoltura, si trovarono finalmente i rimedi contro i patogeni della vite: per combattere la fillossera, per esempio, bastò innestare la vite europea sulle radici di quella  americana, che era resistente all’insetto.

Così le vigne dell’Argentario, semi-abbandonate per quasi 30 anni, ricominciarono ad essere coltivate e nel 1873 la fabbrica dell’alcool fu trasformata in uno stabilimento per la preparazione e iscatolamento delle sardine sott’olio.

[Articolo originale su Argentarionews. Nella foto: Asphodelus ramosus © F. Birardi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

Il nuovo DVD dell’A.M.A – Carlotta volume III

carlotta3È uscito il nuovo DVD didattico dell’Accademia Mare Ambiente dal titolo “I racconti di Carlotta – volume III: Gli altri invertebrati”.

In questo episodio vengono presentati, con taglio didattico-divulgativo, tutti gli invertebrati che Carlotta non aveva incontrato nel volume precedente; questi sono anellidi, briozoi, platelminti, poriferi, celenterati e tunicati.

I testi e le videoriprese sono a cura di Alessandro Tommasi, la supervisione scientifica è mia e di Maurizio De Pirro e la post-produzione è a cura della Mediatouch 2000 srl.

Diventando soci sostenitori dell’Acquario, tramite la donazione di 10 euro, potrete ricevere il DVD “I racconti di Carlotta – volume III” in omaggio e aiutare così lo staff dell’Accademia Mare Ambiente a sostenere le spese per il mantenimento delle vasche e delle specie ospitate.

Maggiori informazioni: Acquario Mediterraneo dell’Argentario.

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

I Nasipelosi e l’industria del sarracchio

sarracchio200

Tutti noi santostefanesi siamo molto legati a questa pianta della famiglia delle Graminacee, detta “Tagliamani”, “Saracchio” o, come diciamo noi, “Sarracchio”; questa vive sui terreni aridi dei litorali italiani ed è molto comune nella nostra macchia.

Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.
C’è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.
Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.
Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati “Sarracchiai”. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome “Nasipelosi” ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».

Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus. Il termine Ampelodesmos, dal greco ampelos che significa “vite” e desmos che vuol dire “legame”, si riferisce al fatto che gli antichi greci usavano le foglie dure e taglienti del sarracchio per legare le viti o i mazzi di verdure raccolte; usanze tuttora praticate da molti nostri compaesani che hanno una vigna. Mauritanicus, invece, sta ad indicare il luogo in cui questa pianta è stata ritrovata e descritta per la prima volta, che per l’appunto è la Mauritania.

C’è stato un tempo in cui il nostro legame con il sarracchio non era solamente affettivo, ma era soprattutto economico; la cosiddetta industria del sarracchio, infatti, dava da mangiare a ben 150 famiglie santostefanesi nella seconda metà dell’800. Nel 1814 successe che il bastimento di cordami  partito da Gaeta per rifornire Porto S. Stefano subì un attacco barbaresco e non giunse mai a destinazione. Improvvisamente il paese si trovò senza più cime e reti che servivano per la tonnara collocata davanti al nostro porto.

Allora alcuni paesani, che già dalla fine del 1700 producevano una modesta quantità di cordame utilizzando il sarracchio, si rimboccarono le maniche e intensificarono la produzione fino a trasformare la loro attività in un’industria manifatturiera di tipo “artigianale-familiare”. Molte donne e molti ragazzi, intrecciando pazientemente decine e decine di foglie di sarracchio precedentemente essiccate al sole, riuscirono a trovare un lavoro sicuro e il paese si rese indipendente dal Regno di Napoli per l’importazione di cordami.

Grazie a questa attività, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale, i santostefanesi vennero soprannominati “Sarracchiai”. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche il soprannome “Nasipelosi” ha origine da questa pianta: infatti le cime di sarracchio, utilizzate per le imbarcazioni dei pescatori, si sfilacciavano con l’uso e visti da lontano i bompressi (gli alberi montati a prua) contornati da tale cordame sembravano dei lunghi nasi con i peli sporgenti. Così quando i marinai forestieri avvistavano le nostre barche nei pressi dei loro porti, dicevano: «Ecco, arrivano i nasipelosi!».

[Articolo originale su Argentarionews. Nella foto: Sarracchio © F. Birardi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com

Pesce prete: il pesce che “gioca” a bandierina

prete

Molti visitatori che si affacciano alla vasca aperta dell’Acquario di Porto S. Stefano rimangono letteralmente stupiti davanti a questo pesce che passa la maggior parte del tempo infossato nella sabbia, immobile come una roccia.

Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.
Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.
Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.
È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!

Si tratta dell’Uranoscopus scaber, comunemente detto Pesce prete, probabilmente per il fatto che ha sempre gli occhi rivolti al cielo (da qui il nome “Uranoscopus”, che in latino significa “colui che guarda il cielo”), proprio come se stesse pregando.

Il suo aspetto è inconfondibile e, a detta di molti, terrificante: ha, infatti, una testa molto grande e una grossa bocca piena di denti appuntiti. Dietro le branchie sfoggia una grossa spina contenente  veleno, meno potente di quello delle tracine, ma anch’esso termolabile: infatti basta immergere la parte del corpo colpita nell’acqua calda, o metterla sotto la sabbia cocente, per vanificarne gli effetti.

Il pesce prete, che gli inglesi chiamano Star gazer (“colui che fissa le stelle”), ha uno strano e particolare modo di cacciare; possiede, infatti, un filamento boccale, vermiforme e rosso-violaceo, che fa sporgere dalla bocca e agita come se fosse una sorta di bandierina. Con questo attira le prede che, incuriosite dallo strano oggetto fluttuante, si avvicinano sempre di più a lui, ignare del grosso pericolo che stanno correndo.

È molto divertente osservare i gamberetti nella vasca che, come ipnotizzati, si avvicinano lentamente al pesce che sfodera la sua bandierina nastriforme. Fortunatamente i piccoli crostacei sono molto scaltri e non cadono mai in questo tranello; del resto il nostro pesce prete viene abbondantemente sfamato dal nostro tecnico delle vasche, e si potrebbe quasi ipotizzare che le sue intenzioni verso i gamberetti siano benigne, come se volesse invitarli al gioco … quello della bandierina, appunto!

[Articolo originale su Acquario Mediterraneo dell’Argentario. Nella foto: Pesce prete © A. Tommasi]

Nessun commento
taintedsong.com taintedsong.com taintedsong.com